12 febbraio 2009

Nel decennale della fondazione

Il 9 febbraio 1999 l'Accademia Palasciania veniva fondata sulla carta (poi carta straccia); il 12 febbraio 1999, esattamente dieci anni or sono, avevano inizio vero e proprio le sue attività. Ne venne cioè diffuso in Capua il primo volantino, annunciante una raccolta firme; e lo stesso giorno Marco Palasciano portò a conoscenza del pubblico di Radio a colori* il caso dello scempio TAV dei reperti archeologici capuani, talché Oliviero Beha prometteva, e il 22 marzo 1999 avrebbe mantenuto la promessa, di tornare a parlarne più ampiamente; e ancora altrove se ne sarebbe parlato. A proposito di quel paradossale caso, che sollevò un polverone quale non si vedeva da anni nella nostra tranquilla cittadina, riportiamo qui di séguito un nostro articolo pubblicato nel 2004 su «La provincia di Terra di Lavoro».


Capua, area RIQ6. Una vasca da
fermentazione.
Foto: Luigi Orsi.



TAV A CAPUA: TUTTA LA STORIA

Come è ormai noto, qualche anno fa per i lavori della linea TAV venne alla luce a Capua, in via Brezza, oltre a un tratto dell'Appia antica una notevole quantità di rovine fra cui i resti di un mausoleo e le strutture, antiche di circa duemila anni, di una villa ristrutturata in industria vinicola o forse in impianto di lavorazione del profumo seplasio, in ogni caso un ritrovamento definito «di eccezionale importanza» dalla Soprintendenza archeologica di Napoli e Caserta.

Chi segnalò per prima l'accaduto fu ReteCapua, nell'autunno del 1998. Le reazioni della cittadinanza, nell'immediato, furono blande. L'Archeoclub si limitò a inviare una lettera alle autorità, in cui si suggeriva l'allestimento di un antiquarium, ossia un museo in cui esporre i reperti asportabili. Proposta che non fu ascoltata, potendosi detti reperti già collocare nel Museo archeologico di Santa Maria Capua Vetere (da cui una querelle campanilistica su cui sorvoleremo).

Gli studi degli archeologi sulla villa comportarono intanto il blocco dei lavori nell'area RIQ6 (nella foto qui a sinistra, scattata da Luigi Orsi a bordo di un aviomezzo), fino al gennaio 1999, allorché il sito fu reinterrato per consentire il cantieramento della linea TAV; questa, si disse, sarebbe passata sopra l'antica industria con un viadotto i cui pali sarebbero andati a perforare le rovine stesse; il tutto con l'autorizzazione della stessa Soprintendenza archeologica.

Una lettera del soprintendente Stefano De Caro al console provinciale del Touring Club Italiano Annamaria Troili specificava:

L'area archeologica riportata parzialmente in luce, secondo i metodi dello scavo stratigrafico, interessa una superficie di circa 6.000 mq dei quali oltre 4.000 occupati dalle strutture di una villa, poi trasformata in impianto di lavorazione forse di vino o altro prodotto che richiede raccolta in vasche. Visto l'eccezionale interesse del ritrovamento, il primo nella pianura campana, e in particolare nel territorio dell'antica Capua accresciuto dalla prossimità dell'Appia (l'attuale via Brezza) questa Soprintendenza, per il tramite del Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha chiesto una variante al primitivo progetto, indicando come preferibile la realizzazione di un viadotto su pile [...]. Lo scavo si è concentrato allora nella zona in cui ricadranno le pile, per poter valutare il grado di interferenza che queste ultime avrebbero avuto con le strutture antiche. Si è potuto accertare che sarà minima la quantità di murature da rimuovere per consentire la realizzazione dell'opera.

I lavori sono stati ormai completati: le rovine si trovano irrimediabilmente compromesse. La TAV prometteva intanto, all'epoca, che una volta costruito il viadotto, avrebbe realizzato un parco archeologico sotto il viadotto stesso e tutt'intorno.

Le prime proteste per quel «grottesco compromesso» partirono dall'Accademia Palasciania, che raccolse in 9 giorni 1.526 firme, a febbraio del 1999, per cercare di sensibilizzare il ministro Melandri sull'argomento. La stessa associazione richiamò l'attenzione della RAI (puntata di Radio a colori del 22 marzo, con interventi del prof. Angelo Tartaglia, Vittorio Sgarbi, il direttore della TAV Domenico Trucchi, Marco Palasciano ecc. intervistati da Oliviero Beha; e puntata televisiva di Made in Italy del 10 aprile, con TAV, Soprintendenza archeologica, il sindaco di Capua Aldo Mariano ecc. sul luogo delle rovine). Sempre l'Accademia Palasciania tenne al Museo Campano un primo convegno il 24 marzo, Le opere archeologiche emerse nel territorio di Capua e il progetto TAV: commenti e controproposte (con la partecipazione di Nicola Pagliara, dello storico Alberto Perconte Licatese e di Eleonora Gitto, portavoce di un'analoga battaglia contro le ferrovie ad Arienzo); e ottenne che fosse sollevata un'interrogazione parlamentare dagli on. Walter De Cesaris e Maria Lenti.

Palasciano metteva intanto in scena una commediola satirica sull'argomento TAV, con Pulcinella ad affrontare lo spettro delle rovine e altri personaggi, il 2 maggio, sul sagrato della chiesa di Sant'Eligio: Pulcinella e l'orribile segreto del dottor Tavuorgius.
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Quindi venne costituito, internamente all'Accademia Palasciania, il Comitato per la salvaguardia delle opere archeologiche emerse nel territorio di Capua. Questo sarebbe diventato a dicembre del 1999 una associazione o.n.l.u.s., con scopi più ampi, denominata Gruppo di intervento storico-ambientale Nautilus; ciò in occasione del convegno Miraggi del progresso e città sepolte (con Pagliara, Palasciano, Sgarbi, Tartaglia, Ferdinando Iannetti, Caterina Nacca e Nicola Tartaglione).

Quando il suddetto Comitato chiese chiarimenti circa lo stato della progettazione del fantomatico parco archeologico promesso dalla TAV, la risposta del soprintendente De Caro fu che «l'ipotesi di costituzione di un parco archeologico nelle aree rimesse in luce nel corso dei lavori TAV» era «ancora allo stato embrionale», in quanto la sua realizzazione avrebbe comportato «il coordinamento delle diverse istituzioni cointeressate alla sua futura gestione, coordinamento che» doveva «ancora essere stabilito in maniera formale».

Proprio al fine che venisse «formalmente stabilito» questo coordinamento, dopo esserci consultati con la soprintendente Valeria Sampaolo del Museo archeologico di Santa Maria Capua Vetere (cofirmataria, con De Caro, del compromesso degli archeologi con la TAV), chiedemmo ufficialmente al sindaco di Capua di convocare al più presto una conferenza dei servizi. In tal modo si sarebbero chiarite le reali intenzioni della TAV riguardo alle rovine, sulla cui sistemazione a parco archeologico – egli ci confermava – non esistevano fino ad allora che volatili promesse verbali.

Il sindaco promise dunque che la suddetta conferenza sarebbe stata convocata, dichiarando ciò anche nel corso della seduta di consiglio comunale del 9 giugno 1999. Ma poi, in realtà, non se ne fece più niente. Volatili promesse verbali, ancora.

Ugualmente significativo del diffuso disinteresse dei "chi di dovere" verso il patrimonio archeologico capuano fu l'episodio di uno scempio minore, avvenuto tra i pilastri 28 e 29 della parte di linea TAV già impiantata, presso il fiume Volturno. A maggio del 1999 venimmo in possesso di una serie di fotografie, databili tra la fine del 1995 e l'inizio del 1996, relative a reperti localizzati all'interno di un cantiere TAV. Una ricognizione da noi effettuata sul luogo indicatoci evidenziò la presenza di una colonna di centuriazione divelta e rovesciata, nonché affioramenti di muratura confusi a una colata di cemento infilzata da ferraglie. Questo era quanto rimaneva di un fontanile di età alto-medievale che la Soprintendenza archeologica aveva dato disposizione di reinterrare per conservarlo «al meglio». Alla nostra richiesta di chiarimenti sul perché ci fossimo ritrovati invece con una colonna buttata in quel modo, rispose il dott. De Caro, dichiarando che lo scempio fu «dovuto probabilmente a malaccorte operazioni di cantiere» e di aver richiesto alla TAV, da lui «stigmatizzata» in séguito alla segnalazione del Comitato, il recupero del reperto «per custodirlo più opportunamente».

Tornando alla questione principale, e cioè il sito archeologico di età antica (area RIQ6), non era ormai in nostro potere null'altro che il sottolineare d'occasione in occasione come la soluzione del viadotto su micro-pali costituisse uno scempio intollerabile, che non trovava altra giustificazione se non nel desiderio della TAV di passare sul territorio senza perdere altro tempo e denaro in ulteriori deviazioni. Potevamo solo stigmatizzare la pressoché totale indifferenza delle autorità competenti al problema, la cui portata si sarebbe compresa, potevamo ben immaginare, solo quando sarebbe stato ormai troppo tardi per rimediare alle devastazioni fatte. Tanto più grave appariva questo, alla luce del fatto che autorevoli scienziati (fra cui il prof. Tartaglia) avevano bocciato in pieno il piano nazionale dell'Alta Velocità ritenendolo una assurdità sia per la scarsità dei suoi vantaggi effettivi, sia per le caratteristiche geomorfologiche e urbanistiche dell'Italia, in sostanza uno scempio colossale e di nessuna reale utilità per i cittadini.

Senza contare, ovviamente, quanto di ancor più vergognoso rivelava il libro Corruzione ad Alta Velocità, di Ferdinando Imposimato, Giuseppe Pisauro, Sandro Provvisionato, che fu nostra cura presentare a Caserta nel corso del nostro terzo convegno, Tav: un treno, mille tentacoli. Si era allora a marzo del 2000; tre anni dopo, era ora che venisse anche pubblicato il libro fotografico dei reperti (Vittorio Sortini, Reperti archeologici a Capua, con le fotografie di Luigi Orsi), i quali probabilmente non vedremo mai più se non in fotografia.

Ancor più di recente, infine, è stata fondata una Commissione civica per la salvaguardia dei beni archeologici di Capua. Ai suoi ideatori, che si propongono di ripartire da là dove ci fermammo noi (che a questa novissima iniziativa non siamo stati invitati a partecipare), non possiamo che augurare buon lavoro. Resta però da capire dove siano stati questi signori negli ultimi quattro anni, soprattutto quando le rovine non erano ancora state traforate dai pilastri; ovvero perché nessuno di loro volle aderire, nel 1999, al Comitato per la salvaguardia delle opere archeologiche emerse nel territorio di Capua, che essi oggi hanno rifondato senza neanche in sostanza mutarne il nome.



* Soppressa nel 2004; vedi qui.
** Vedi qui, qui e qui.

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