28 settembre 2009

«Napoli per le strade» vince un premio

Adeste, lectores; venite, venite in Napoli al Teatro Mercadante martedì 6 ottobre 2009, alle ore 20.30, e vedrete premiata la raccolta Napoli per le strade, con i suoi ventuno colendissimi autori; tra i quali il Presidente della nostra Accademia di nulla accademia, il cui testo inqualificabile Starobinski alle undici apre e marchia indelebilmente il libro. Stiamo parlando della XV edizione del Premio Girulà e della sua celebrazione. In tale occasione (copiamo e tagliamo),


«gli artisti che maggiormente si sono messi in luce nella stagione teatrale 2008-2009 saranno premiati con le sculture realizzate in esclusiva da Oreste Zevola. A selezionarli la giuria composta da Marina Gemelli, Antonia Lezza e Giuseppe Tortora, coordinata da Matteo D’Ambrosio ed Eleonora Puntillo.



Da quest'anno il Premio Girulà si accosta anche alla letteratura, offrendo visibilità ai giovani scrittori e alle loro opere. Un riconoscimento, voluto dal presidente Mimmo Liguoro, per mettere in luce ogni anno "un'opera che abbia i caratteri della novità e della acutezza nel descrivere in forma letteraria un aspetto della problematica legata a Napoli e al suo difficile rapporto con i temi del proprio sviluppo".

E quest'anno, la segnalazione riguarda il libro Napoli per le strade, Azimut Libri, opera collettiva curata da Massimiliano Palmese, i cui ricavati delle vendite sono destinati all'Ospedale pediatrico Santobono. Firmano i ventuno racconti Alessio Arena, Stella Cervasio, Luigi Romolo Carrino, Fabrizio Coscia, Carla D'Alessio, Maurizio de Giovanni, Luca De Pasquale, Peppe Fiore, Francesco Forlani, Antonio Iorio, Simone Laudiero, Marilena Lucente, Giusi Marchetta, Marco Marsullo, Paolo Mastroianni, Rossella Milone, Davide Morganti, Marco Palasciano, Massimiliano Palmese, Angelo Petrella, Massimiliano Virgilio».

La serata di gala – intitolata Lo spettacolo degli spettacoli – si terrà il giorno e l'ora detti; presentatori Mimmo Liguoro, Amelia Rondinella e Francesca Rondinella. Ingresso libero fino a esaurimento posti, presentando l'invito ritirabile o al banco servizio clienti della Feltrinelli di piazza de' Martiri (lunedì-sabato, 12.00-17.00) o al botteghino del Mercadante (lunedì-venerdì, 10.30-13.oo e 17.30-19.30).


27 settembre 2009

Sonetti d'occasione, che passione!

Riportiamo, di Marco Palasciano, ·la poesia genetliaca  e l'onomastica ·dedicate a una stessa Musa sua ·nei giorni scorsi, carichi d'eventi ·com'ella di virtù quasi incredibili.


Sonetto
per il giorno di santa Rosa



Non v’è gioia piú grande che donare,
né v’è dono che far sia piú gioioso
che il dono fatto a un cuore luminoso;
e tu per noi sei un angelo solare.

Freme perciò come al caval la nare,
come del paramecio ogni flessuoso
ciglio e al cane in calore freme il coso,
la fretta in noi d’un dono a te recare.

Ma il tempo è poco e la miseria è tanta,
per cui ’l dono onomasticoso a quello
compleannoso è accorpando; e intanto canta

a te il poeta, per scacciar l’orrore
del vacuo (ché barocco è il suo cervello),
questo sonetto pien di casto amore.



Sonetto
per il compleanno di Rosa


Mia adorata, l’abisso si spalanca
sopra di noi estroflettendo artigli,
diuturnamente; ma tu piú dei gigli
resti nel cuore immacolata e bianca.

Pur se di biancheggiare ognor sei stanca
giacché la sorte lesina in appigli,
non cedere al demonio e ai suoi runcigli:
se camminar non puoi, rotola e arranca.

L’ingrata patria, che ali non fornisce
a chi di svolazzar degno sarebbe,
tu lascia, e i suoi sciacalli e le sue bisce.

O rimani, e al tuo fianco rimarranno
comunqu’ amici i piú aurei ch’un mai ebbe:
questi ch’oggi ti fan «Buon compleanno».



Foto di Mauro Bodini.

26 settembre 2009

Gratis in rete le poesie di Caccamo

Il poeta calabrese Michele Caccamo (Taurianova, 1959) mette gratuitamente a disposizione degli utenti del web, in formato pdf, la sua opera in versi. Tre libri; che gli editori, dopo avere esaurita la prima tiratura di ciascuno, non  hanno inteso ristampare più. Con piacere ve ne forniamo i link; cliccate sulle copertine, qui sotto, e si apriranno le rispettive pagine di download.



Michele Caccamo
La stessa vertigine,
la stessa bocca


aster

Manni
2005


Raffaele La Capria: «In queste poesie gli accostamenti, le cesure, le metafore, sono nude e ardite, hanno un taglio moderno, novecentesco, a volte sono ermetiche nella loro estrema concisione. E una insopprimibile malinconia, una rarefatta malinconia metafisica, ci arriva come una musica nascosta».


Dona Amati
Michele Caccamo

Il pomo e la mela
Con illustrazioni di
Maurizio Carnevali


aster

LietoColle
2006


Diana Battaggia e Michelangelo Camilliti: «L’originalità di questo progetto editoriale non risiede certo nel tema trattato – la passionalità dell’eros e le sue implicazioni nella percezione sensoriale – ma nel rapporto dialogico tra gli autori che si è venuto a creare quasi per gioco, teso a descrivere il differente approccio al piacere, già rilevabile nel titolo in cui è indicato lo stesso frutto “incantatore” riferendone il nome maschile e femminile».


Michele Caccamo
Chi mi spazierà il mare

aster

Zona
2007

Alda Merini: «Amore fisico, amore metafisico, liriche pregne di vorace desiderio di corpi in movimento ma altresì dischiuse ad una idealità rara e rarefatta. Michele Caccamo conosce bene l’irregolarità dell’ode ma seduce la conclusione di ogni verso, con ciò denunciando ampia confidenza con il messaggio poetico. Spaziando dall’erotismo alla furia degli elementi, dal bisogno di colloquiare alla morte, il nostro poeta irrompe nei sentimenti della gente quasi secondandoli e scoprendoli poco a poco. E lo fa anticipando con una rara introspezione i contenuti del vivere quotidiano e quasi anelando per il lettore, l’uomo, un irrefrenabile bisogno di aria, respiro, una sopravvivenza mai rinunciata».

24 settembre 2009

La Passione secondo Mangiafuoco

Nel video qui inserito, il nostro Presidente dà lectura del capolavoro di Iacopone da Todi (1236?-1306): la lauda Donna de paradiso. Si tratta di un frammento di tre minuti e mezzo dalla registrazione di una puntata, di un'ora e un quarto, della rubrica web-radiofonica Siamo tutti poeti laureati: la puntata n. 6, andata in onda il 30 gennaio 2009 su Radio di Massa, dallo Spazio occupato di via Porta di Massa della facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Napoli Federico II (in sintesi Spazio di Massa). E l'altra notte il Palasciano stesso, dopo quasi otto mesi, ispirato da un'ispirata lirica del giovane poeta siciliano Danilo Carli Stranich, ebbe voglia di estrarre dallo show la detta lauda, e di sopra montarci una sequenza d'immagini. Pensò a opere di pittura sacra, dapprima, banalmente; poi, nel giro d'un attimo, ecco la lampa euristica: foto di marionette e burattini*. Immagini cavate in pochi istanti dalla rete telematica mondiale, tramite un motore di ricerca; della quale retata speriamo che, quanto ai non tutti facilmente rintracciabili autori dei balocchi e delle foto, nessuno abbia a adontarsi, considerato che il presente video è stato messo insieme senza scopo di lucro, ed è poetico al cubo, e si è fatto per puro amor dell'arte. Non resta che linkarvi il testo: è qui.





* Da notare (oltreché i tanti volti diversi della Madonna, che è di fatto la rappresentante di tutte le madri del mondo) due fotogrammi chiave: a 3'09" si intende che i fili di tutta l'umana tragedia sono tirati dal Diavolo (cfr. C. Baudelaire, I fiori del male, Al lettore, 13); e a 2'22" si vede un vecchio capovolto, dalla lunga barba, quale si raffigura sovente il «Padre nostro» che si presume sia «nei cieli» e i cui fili però sono tirati dal basso, dall'uomo stesso, indefesso fabbricator di dèi, il quale a sua volta è governato – come s'è detto – dal «Diavolo»; cioè dalle proprie pulsioni distruttive (e autodistruttive); le quali portano necessariamente all'ingiustizia, esemplata nella condanna e nel tormento a morte dell'innocente, rappresentato in questo caso da Gesù Cristo; figura mitologica che, forse, è la più universale all'universo (umano) (occidentale) (dal medioevo a stamattina).

23 settembre 2009

Frequentemente alzate questïoni, 1

(F.A.Q.)


1. Palasciània o Palasciànea?

Può accadere che qualche neoaccademico chieda ragione a qualche veterano, o al Presidente stesso, del desìnere in -ia di Palasciània (quando s'intenda come un aggettivo, e non un nome di città o nazione o continente del futuro); alcuno opinò più corretta la desinenza in -ea*: Accademia Palasciànea o Palascianèa, perciò, in luogo di Accademia Palasciània.

Noi rispondiamo sempre che così come al nome del dio del cielo, Urano, è associato l'aggettivo urànio, con gran naturalezza a Palasciano dev'essere associato palasciànio (nei contesti solenni; nel consueto si usa palascianesco).

E così come urànio è sinonimo di celeste, valga palasciànio a sinonimo di


straordinariamente versato in tutte le arti possibili, e che all'esercizio disordinato e meraviglioso di letteratura, musica, teatro ecc. connùbe interessi filosofici e scientifici, ludus, ironia, etica incorruttibile radicata nell'amore universale, nell'indifferenza al mercato e nell'odio per le religioni e per ogni autorità che non fiorisca dal diamante di luce che canta nel fondo dell'anima; per il che sarà una schiappa in politica, e votato a morirsene in miseria,

ma molto amato da chi amore intende;
e Àstrea nell'orto suo monta le tende.





* La desinenza in -ea avrà utilità quando si avrà da indicare un determinato tipo di strofa, che sia stata inventata e adoprata da Marco Palasciano; così come da Archìloco è venuta la strofa archilochèa, dal Palasciano verrà la strofa palascianèa.

17 settembre 2009

In dedica a un artista marchigiano

Riportiamo, di Marco Palasciano, ·la poesia genetliaca dedicata ·a un nostro caro Socio Ornamentale, ·del quale udiste già parlare qui.

Sonetto per il compleanno
di Mauro Mazziero



Spremo come colore da un tubetto
i versi miei poiché sarebbe insano
che al Maestro Mazziero il Palasciano
non dedicasse almeno, oggi, un sonetto;

ond’ecco, contro sua abulìa costretto,
gettato giú dal languido divano,
trascinato al suo banco da scrivano,
il poeta a torchiarsi l’intelletto.

Ma nulla n’esce che all’altezza sia
d’un pastello o acquerello del gentile
Maestro, ov’è poesia piú che in poesia;

qui, invece, a traboccarmi è il baroccume,
al solito; e, ciò visto, vinto e vile
altro non dico: «Auguri!»; e spengo il lume.




Mauro Mazziero, tavola dalla serie Boschi.

15 settembre 2009

Togliete dai vaccini lo squalene

Oh, ma non si dica che abbiamo presa una mala avviata, mò, qua in Accademia, e che siamo diventati veramente accademici accademici, al punto di spendere tutto il nostro tempo in più o meno frivoli e lambiccosi sonetti d'occasione e altro versicolame* che nasca per durare quanto una sfèrula iridescente d'acqua e surfattante; no. Qui, perseguendo il Vero filosofico – pietra che tutto inàura cioè che d'ogni materia, vivente o meno, per alchemica reazione visualizza il radioso Potenziale – si pensa e si ripensa, senza mai soluzione (di continuità);


e tra chi ponza, e chi fa da maièuta,
è tutto un ostetrìcio in ratto chiasmo
bustrofèdico e in chiasso che ti stórda.

E (ma, nel blog, il meglio non si pubblica; o volete ce lo rùbino?) pure molto, in casa e in Accademia, si scrive e si riscrive,


e non cose da transito e tramonto;
si scrive col sestante in una mano,
la pala da archeologo nell'altra,
e la penna legata sulla coda.

Il Maestro Palasciano in particolare, pst pst, sta attendendo di questi tempi a diverse e tra sé avverse opere in contemporanea, più d'una delle quali a parere di alquanti sostenitori esaltati rischierebbe di dissestare l'asse della letteratura italiana e mondiale; nonché a operine, queste commissionategli da vari impastatori d'antologie di sapiente crivello. E oltre a pensare e ripensare e a scrivere e riscrivere, si agisce e si riagisce, alla bisogna; vedi perpetue lotte culturali, ambientali e un po' sociali; insomma, davvero qui non si sta colle mani in mano, mai e poi mai, come neanche coi piedi su altrui piedi; ma semmai,

pietra su pietra innàlzasi la bella
babelle del bel far fatto sistema.

Ma intanto siamo usciti fuori tema, anzi non c'eravamo ancora entrati; infatti, tutto ciò che avevamo da dire in questo post era: attenzione ai vaccini che incombono. Leggete qui, per esempio; e altrove approfondite e tremate. E andate a urlare alla Novartis, al fior della città sanese e al mondo, finché vi resti fiato, per pietà e amore della vostra carne
: togliete dai vaccini lo squalene. Quanto a noialtri, squalene o non squalene,  il vaccino non ce lo andremo a fare neanche se ci regalano la Treccani; lo sanno pure i gatti che è la montatura del secolo, la febbre dei maiali, e che si muore più di nostalgia.



* Vedi la poesia-invito che l'altro giorno un nostro alto accademico ebbe la fregola di improvvisare, tutta endecasillabi e settenari in rima baciata e talmente petrarcati e leopardati che a paragone i baci d'una vacca biasciugosa sono meno sgustosi; e che qui sotto integrale gli pubblichiamo, a sua onta e a vostro diletto; e che altri già godettero via fèisbuc.



Invito
a una domenica capuana



Dilette anime mie circondariali
e rifornite d’ali!

Stasera a Capua io e Guido a cena siamo
o in pizzeria, o in cinese, o dove l’amo
della lenza del diavolo ci tiri;
né cóntansi i sospiri
che tragge dal mio cor l’ebbra speranza
d’avervi nòsco in nobile paranza.

Onde mi dite se venir potete,
e volete, e ’l farete; e in questa rete
godrò d’aver pigliato tanti pesci,
e tali, che di meglio non riesci
a fare in una vita.

Attendo nuove. A voi stima infinita.
Amore no; ché quello disseccòssi;
non ne restan che gli ossi
a decorar l’orribile deserto
ch’è la mia vita, allor che incedo incerto
tra uno spinoso bròlo
e una rovina, io disperato e solo.

Ma se stasera alcuni
di voi vedrò, vi lascerò digiuni
d’ogni pillola di melanconia
per darvi d’allegria
la sazietà che merta il vostro merto.

Baci dal vostro d’uomo ègro lacerto.


P.S.: Guido ahimè m’ha bidonato,
sta a Napoli! e io qui a Capua disperato,
senza un autista e senza la salute
per viaggiar fin laggiù. Lingue forcute!

14 settembre 2009

L'occasione fa il vate iperbarocco

Riportiamo, di Marco Palasciano, ·la poesia genetliaca dedicata ·a un nostro colendissimo accademico ·e suo amico d'altissimo Amicarium.


Sonetto per il compleanno
di Carmine da Sant’Arpino


13 settembre 2009


Carmine car’, il cor mi si dilata
per te come per gli empi si ristringe,
vedendo vero in te ciò ch’altri finge
e che il tempo in te affina e in essi sfata.

Di sant’arpisti ah se un’orchestra alata
potess’io aver par tuoi!, mentr’or mi cinge
un cachinnío di menadi e discinge
le gonne a crepitar gran scureggiata.

Sol tu e due rose non mi sbandonaste
tra l’ansia, tra il patir, tra il tradimento
che di mia gioventú il declino affrettano.

Perciò dall’anfisbèna e dal ceraste
aglio ti guardi*, e addenti tu altre cento
torte di questa ch’oggi i tuoi t’afféttano.




* Già Plinio il Vecchio nella sua Naturalis historia decantava l'utilità dell'aglio nel tenere lontani i serpenti. E secondo l'oscuro Kiranide di Persia, «Si quis allium contriverit, et biberit calidum sanguinem [di gallo] cum vino, nullum reptile ei nociturum», riferisce Conrad Gessner (Historiæ animalium liber III qui est de avium natura, cap. De gallo gallinaceo, 1555; il passo si ritrova identico, tranne che per «timebit» sostituito da «ei nociturum», in Ulisse Aldrovandi, Ornithologiæ tomus alter, lib. XIV, 1600).

12 settembre 2009

L'Accademia dà il peggio di sé stessa

Un nostr’ebbro accademico ha ier l’altro ·dedicato ad un altro più famoso ·il sonetto che segue, a parodia ·delle palascianesche imitazioni ·dei barocchi tarocchi; e, pur se misero, ·qui l’ospitiamo, per pietà e diletto. ·Ché ogni palascianista in qualche modo ·può dire, seguitando il primo verso ·dell’arduo Ipersonetto del Maestro: ·«Rivive in me trobar e amor cortese».



Sonetto
su una foto del Carrino


Se – o crudele – non desse alla passione
che mi combure* un limite il tuo gelo
come limita l’orizzonte il cielo,
in una fiamma sola – alla visione

di questa foto, in cui troppo maschione
tu sei – sarei tutt’arso; e lo sfacelo
di me sarebbe terminato in velo
di cenere, cui il vento dispersione

pietoso avrebbe data; e nulla piú
di me sarebbe alfin rimasto al mondo,
salvo l’eco del pianto, incapsulata

nella memoria delle Muse: «O tu
che il mio cuore hai marchiato nel profondo,
muoio perché tua bocca ho mai baciata!».





* L'ebbro ringrazia il Presidente stesso ·d'avergli suggerito questo verbo, ·pur in disuso da svariati secoli; ·védansi qui le fonti filologiche.

11 settembre 2009

L'Accademia: «perplesso», ergo «perplèttere»

11 settembre 2009

Notizia shock (shock culturale)!, udite: l'Accademia Palasciania ha presa ufficialmente posizione, basandosi sulla proposta alata di Marco Palasciano, in merito a quel verbo – finora da ciascuno ricercato come l'araba fenice di dapontiana memoria – il cui participio passato sarebbe «perplesso». Se ci è infatti permesso dissentire recisamente piuttosto che sfilacciatamente dalle più o meno flaccide opinioni di tant'altre illustrissime Accademie e accademici sparse e spersi – le quali e i quali, a voler dir la loro, protendono chi per «perplìmere» chi per «perplèndere», et simìlia monstrìcula –, ebbene: siamo dell'opinione, anzi del dogma, che il verbo correttissimo a cui s'à da retrocedere sia – ché è di molto più logico – «perplèttere». A riprova si veda – visibìllimo è in rete – il celeberrimo Vocabolario etimologico della lingua italiana di Ottorino Pianigiani, di grazia, verbigrazia; e si avrà contezza colma del procedere di «plexus» da «plèctere»; e per tal via si giungerà, umilmente auspichiamo, alla generale e finale vostra illuminazione, ovvero a che ogni zucca sia elevata a zucca di Halloween.


Naturaliter, se qualcuno ha sufficientemente degne perplessità a riguardo, ce le esprima; e le udremo, giuriamo, senza punto perpletterci a priori. Sia intanto:

io mi perpletto, mi perplettevo, mi perplessi, mi perpletterò, e se mi perplettessi mi perpletterei; tu ti perpletti, ti perplettevi, ti perplettesti, ti perpletterai, e se ti perplettessi ti perpletteresti;  perplettiti! ella si perplette, si perpletteva, si perplesse, si perpletterà, e se si perplettesse si perpletterebbe; noi ci perplettiamo, ci perplettevamo, ci perplettemmo, ci perpletteremo, e se ci perplettessimo ci perpletteremmo; voi vi perplettete, vi perplettevate, vi perpletteste, vi perpletterete, e se vi perpletteste vi perplettereste;  che vi perplettiate! perplettetevi! élleno si perplettono, si perplettevano, si perplessero, si perpletteranno, e se si perplettessero si perpletterebbero; che si perplettano! che ognuno si perpletta perplettendosi perplesso!

3 settembre 2009

Sonetto genetliaco e catasterico

Riportiamo, di Marco Palasciano, ·la poesia genetliaca dedicata ·a un nostro caro Socio Ornamentale, ·di fronte alla cui anima altre stanno ·veramente come candele al sole. ·Mai ci mentì, né inferse colpo vile, ·né tantomeno ci baciò le pile ·per trarre avanzo da fittizio affetto. ·Nell'arte avanza; e noi n'abbiam piacenza, ·come speriamo lui d'un tal sonetto.


Sonetto
per il compleanno di Cristiano


3 settembre 2009


Il mandolier Cristiano è animo alato;
e non dico ruspante nei pollai,
né calante a frugare nei carnai
che lascia il puma quando s’è saziato.

Per l’etra si sbalestra icàrio; e il piato
cetraccompagna delle stelle e i lai,
esse prigioni ai cristallini ovai
ove ogni astro sta fermo incapsulato.

Ma ventisette ridono e non piangono,
nella costellazione della Torta;
e dal suo soffio attendono il nirvana.

Cristiano, auguri! un puff, e in nihil si frangono;
ed or ch’ogni candela urania è morta,
stai tu anti il buio a far da stella umana.




Bogdan Doru, Winged guitar.