30 marzo 2010

Dalla palestra una sestina doppia

asterDa L'aurea palestra dell'endecasillabo riportiamo una quarta sestina di Daniele Ventre, che presenta due particolarità: parole-rima greche e, soprattutto, il ripetersi del loro ciclo, cosicché raddoppia il numero delle strofe.



PALINODIA
AD HAGIOKHARIS


Tutto il potere elogerà del logos,
d'intepretare ogni più limpido ethos,
chi dispiega ali pronte oltre la physis;
pur, nel piegarsi alle angherie del nomos,
ripeterà, con angoscioso pathos,
l'autismo patologico dell'hybris.

Perché davvero questa è follia d'hybris,
presumere che in sé possegga il logos
forza bastante ad arginare il pathos
per cui l'uomo traligna dal suo ethos,
abbandonando l'ordine del nomos,
a folli disnomie nate per physis.

Questa violata verità di physis,
genera dal suo grembo orrida l'hybris,
per cui non si contempla ordine o nomos,
e ricade in follia, discorde, il logos,
così che un volto falso offre a te l'ethos,
per l'etica anestetica del pathos.

Forse in vuote parole senza pathos,
rinnoverai la vita della physis?
Forse riemergerà più schietto l'ethos,
per sottile o palese che sia l'hybris?
Forse infine saprà tornare il logos,
nella logica organica al suo nomos?

Legati a un alter ego imposto al nomos,
ahi, soggiaciamo a un nebuloso pathos;
torna per noi così carcere il logos,
stritolando gli impulsi della physis;
così cediamo al fervere dell'hybris,
ibridi inclini a una finzione d'ethos.

Per la fallace ambiguità dell'ethos,
nei canoni prescritti ormai dal nomos,
domina su di noi virtuale un'hybris
per cui non si ritrova requie al pathos:
poco ti giova avvincere la physis
fisicamente a duplicare il logos.

Slogo la mente a mentovare un logos
ventrepercetto in verità dell'ethos,
segnandola 'per verba' contro physis;
veleno mi varrà violare il nomos,
ma darò almeno ultimo sfogo al pathos,
senza patire colpo o assalto d'hybris.

Perché questa realtà pervasa d'hybris,
smarrisce ormai l'autorità del logos;
senza misura si abbandona al pathos
e non possiede norma o senso d'ethos;
tanto poté la vacuità del nomos,
di fronte all’anomia di questa physis!

Il centrifugo abisso della physis
ci spinge alla deriva ardua dell'hybris:
non troverai più difesa nel nomos,
tu che non hai limpidità di logos;
nulla potrà, pur multiforme, l'ethos,
sull'antietico emergere del pathos.

In altra età dall'armonia del pathos
s'ebbe palese un cardine alla physis,
a rimarcare i palpiti d'un ethos,
a respingere via dall'ego l'hybris,
relegata nei cardini del logos
a fondare la logica del nomos.

Ma se tanto mutasti dal tuo nomos,
come in altri saprai sedare il pathos?
Come dimostrerai la via del logos,
se tu stesso alterasti la tua physis?
Come per te si lotterà con l'hybris,
se ibridata è per te quest’ombra d’ethos?

Più schietto, meno scaltro, io più scrio d'ethos,
evoco forse il fantasma d'un nomos
che non mi scampa alla follia dell'hybris,
pullulante qual idra al fiero pathos;
così nel degradare della physis
fisicamente affiochisce il mio logos.

E si oblitera il logos nudo d'ethos,
chinandosi alla physis senza nomos,
perché nel pathos resti ibrida l'hybris.

I miti derivarono dai sogni?

Un nostro accademico curioso ha rivolto al colendissimo professor Daniele Ventre questo nuovo quesito: «Ma secondo qualche teoria di cui tu sappia, i miti antichi sarebbero nati da sogni? Tipo, uno ha un incubo su una donna con serpenti al posto dei capelli, lo racconta agli amici, e ha così origine il mito della Medusa?». Risposta:




No. Più che altro, Carl Gustav Jung afferma che nei miti si ipostatizza l'inconscio collettivo popolato di archetipi che ci visitano altresì in sogno.

Il problema è che in realtà il mito è il linguaggio scientifico* di una civiltà orale che, non avendo appunto scrittura, codifica le sue cognizioni astronomiche, giuridiche, politiche, mediche, le sue pratiche agricole, la sua storia, e quant'altro, nei racconti leggendari, accompagnando ogni gesto e ogni momento della drammatizzazione delle memorie cultuali, e culturali in senso lato, con un atto di ritualizzazione magica simpatetica, stante anche il fatto che una civiltà di quel genere attribuisce una forza attiva intenzionale trascendente latente a tutto ciò che ha presenza fisica e forza per agire, dai pianeti alla lama dell'arma, passando per ogni singolo arbusto, anfratto o onda del mare. In una simile civiltà i poeti sono sacerdoti, taumaturghi, maghi, scienziati, re.

I sogni, ovviamente, col loro inquietante contenuto di archetipi, vengono proiettati su ogni elemento reale, ma non sono la matrice del mito, per nessuna teoria. In pratica, il Sogno stesso è in tali culture una forza attiva (divina) o ne è l'emissione diretta (dunque è protagonista del mito, non sua matrice generativa).



* Vedi Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend, Il mulino di Amleto. Saggio sul mito e sulla struttura del tempo, ed. Adelphi.

27 marzo 2010

La decina ABBACCADDA: alcuni esempi

Dalla bacheca del gruppo di Facebook La Superbia punita ovvero Diciamo basta alla poesia mediocre, traiamo cinque bellissimi esempi di liriche umoristiche in endecasillabi organizzati nella forma – relativamente rara in letteratura – della decina di schema ABBACCADDA; liriche buttate lì da Marco Palasciano da Capua, Marco Simonelli da Firenze e Nicola Legatore da Pisa. Lo spunto di partenza è stato dato da una lirica* in altra forma, d'uno pseudo Aldo Senile, riferentesi alla rissa da osteria di cui trattammo nel post precedente. Simonelli trae invece spunto dal riferimento, ficcato nella prima decina palascianesca, alla pratica del rimming.



PALASCIANO


Io che al sen delle Muse eppure poppo,
non intesi qui il succo! Sarà il sonno?
O che cavare succhi non si ponno
da frutta cluse in scorza croia troppo?
La prego allor di sciogliere l’enimma,
come si scioglie ciò che il drudo rimma
al cinedo di cui fa poi l’ingroppo,
così che per più molle e liscia via
possa scorrer l’intelligenza mia
e superare il momentaneo intoppo.



LEGATORE


O Palascian, t'ottunde i sentimenti
invero, il Sonno! Allèttati, ch'io sorgo;
la notturna cuffietta, to', ti porgo.
Il Senile ci fa i suoi complimenti,
semplicemente, poi che si compiacque
di come in noi Virtù sempre si giacque,
fin nella rissa, che le nostre menti
non annerò: la rissa anzi si tinse
del lor aureo color. Ciò lo sospinse
a lodarci; ond'ha i miei ringraziamenti.



PALASCIANO


Bene! anch’io lo ringrazio. E perdonate
se mi s’è obnubilato il comprendonio,
e se talvolta tendo più allo ctonio
che all’uranio e non ho parole alate
né pensieri ma àpteri e che al chakra
tèndon imo, ove tutto si dissacra.
Pseudoaldo chiarissimo, vogliate
gradir di me e del giovin Legatore
il benvenuto in queste morte gore,
ove spero ore lepide viviate.



SIMONELLI


Spalàsciami da dentro, erutta tutto,
mediocrìzzami come col clistere.
Lo dice anche Tiziano: sere nere.
Mi digerisci. Poi produci un rutto,
un flusso d'aria, un soffio, un verso snob.
E' metodo e respiro, è blow job
angelico, serafico, di putto.
Non è tanto diverso da un film porno.
Adesso vado, poi ripasso, e torno.
Mediocre me! Finisco. Ho detto tutto.



PALASCIANO


Tre mostri ho ahimè creat'oggi, caro diario:
la decina di forma abbaccaddà;
l'introduzione dell'oscenità
più fonda, l'anilingus, nel temario
della poesia italiana; e l'expositio
di Simonelli, alfiere d'ogni vizio.
Oh, s'io potessi con un salto icario
trarmi fuori da un tal teatro tetro!
Ma mi sa che riandar non si può indietro,
se non come il tafano al tafanario.






* La seguente, in endecasillabi e settenari rimati e liberi. Poco ci piace, in essa, l'eccessivo ricorrere di tratti arcaizzanti non funzionali alla metrica, e alquanto affaticanti la lettura; ma pazienza: meglio costui che i poetastri dismetrici e ocloglotti.


UN UMILE GIUDICIO

Un Viandante Notturno è a favellar
(Premetto che Aldo Senile non sia
Propriamente la mia
Persona, ma cotesta è un’altra storia...),
Care Madonne, cortesi Messeri
Per avventura persi
Lo motivo e li novi e abbietti versi
Della bizzarra “Rissa In Osteria”
(Or il Boccioni in vita avrebbe vita
Dato, ispirato, a un altro grande quadro...)
Nata in questa virtuale galleria.
Il legato re delle
Bone mani e re delli giudicii
Pacer esser avria da a regalare
Giuste note e somme ire relegare
A coloro cui slavi
Ne sono. Abbia passione lo giudicio
’Mperadore, sia lungi
L’aura d’Alma spogliata
Di persona, naturale tornata
(E alla fera sommessa).
Diverse e tante fiate
“Di vil matera convene parlare”,
Il trobador esser può claro o scuro,
Ma ha da saper poetare.

26 marzo 2010

Splendide esibizioni in quel di Capua

Andy Violet (nella [sua] foto), poliartista campano e nostro Socio Ornamentale dei degnissimi, ha esordito tre anni fa nel campo della poesia edita con la raccolta Mutæ Divæ, cui oggi fa séguito Paraventi e magnesio. La prima presentazione ufficiale di quest'opus secundum si è tenuta la settimana scorsa in Napoli, alla libreria Treves. Cogliamo in tale evento l'occasione per riportare una vecchia ma ancóra palpitante recensione di Romolo Caiazzo a Mutæ divæ, nella quale si accenna tra l'altro a Marco Palasciano; il che raddoppia il nostro piacere trascrittorio. Anzi triplica, Caiazzo citando anche l'adorata nostra Nadia Marino. L'evento i tre riunente, tenutosi a Palazzo Lanza il 7 dicembre del 2008, era La poesia legge il mondo, presentatore Edgardo Bellini.



Sono un assiduo frequentatore di presentazioni di libri. Quando il lavoro me lo consente e la stanchezza non inizia a pesare sulle stanche membra già alle 15, come inevitabile prologo di un sonno precoce, amo inaugurare una serata in libreria, soppesando l'idea di un acquisto anche grazie alle parole dell'autore stesso.

Penso di aver collezionato abbastanza prime uscite pubbliche di poeti emergenti (come per altro di romanzieri) per convincermi che l'idea di un progetto artistico di ampio respiro non è più tra le priorità di un autore, dando per scontato che per gli editori non è mai stato. Soprattutto nell'ambito della lirica, grazie all'affermazione della pratica di accollamento all'autore stesso di tutti i rischi economici derivanti dalla produzione di un libro di poesia senza essere un Leopardi o un Carducci, le suddette presentazioni ripetono uno scenario impressionante: l'autore mogio o battagliero (a seconda del temperamento) che cerca di trovare una ragione alla sua poesia che non sia "poesia è una scrittura che non consuma tutto il rigo".

Così, spasmi d'amore giovanile, o il vecchio libro scritto e mai stampato, o la raccolta di deiezioni della depressione post-parto di casalinghe più disperate di quelle dell'omonima serie, finiscono per una sera sugli impastatoi delle librerie per irrancidirsi in una sola notte di volgare eloquenza.

Però, come nelle migliori tradizioni, c'è un però. L'altro ieri, in un altro attacco di letteraturite acuta, sono andato a godermi un reading di poesia in quel di Capua, cui prendeva parte il già noto Marco Palasciano, che da solo mi avrebbe garantito che non avrei sprecato la serata.

Come spesso accade, partendo da basse aspettative, ci si può ritrovare a ricevere molto più di quanto si sarebbe osato sperare, giacché oltre la splendida esibizione di antiepica palasciana, mi sono ritrovato a sgretolarmi il cuore per la poesia di Nadia Marino e di Andy Violet.

Se la Marino non mi era un nome del tutto nuovo, in quanto affermata giornalista, il signor Violet, omone di nero vestito dalla voce un pò flebile e tremolante, è stata una folgorazione. Sette poesie recitate tessendo attorno allo spettatore il filo spinato di una faccia oscura e verminosa dell'amore, uno sperpero di corpi che mi ha fatto quasi paura.

Questo tipo dalla faccia bonaria di prete di campagna mi tiene per una decina di minuti seduto su una sedia parlandomi di necrofilia, di stupro, di transessuali innamorate, e io annuisco come se davvero fossi innamorato di un cadavere o come se avessi cambiato sesso pochi minuti prima.

Compro subito il suo libro, 80 pagine in cui ringrazi il cielo che tra una poesia e l'altra ci sia una pagina bianca per darti respiro, ma poi la maledici perché ti tiene troppo lontano dalla poesia successiva. C'è di sicuro Pasolini dietro questa bellezza della perversione, non come imitazione, ma come una lezione recepita e ben metabolizzata: il risultato è spesso un camion in piena faccia, da cui miracolosamente ti alzi ancora vivo, gustando tutta l'agonia del dolore che desideravi.

Altre sestine dall'aurea palestra

asterDa L'aurea palestra dell'endecasillabo riportiamo altre tre sestine liriche; la prima è di Marco Gratisanti, che risponde per le rime a una precedente sestina di Daniele Ventre che trovate qui; la seconda è di Ventre in risposta, sia pur non per le rime, a Gratisanti; la terza di Gratisanti, che nuovamente risponde a Ventre per le rime.

(Diversamente che nell'altro post, non coloriamo le parole-rima; sia perché ci sarebbe tedioso farlo ognora, sia perché ormai grazie alle colorature precedenti dovreste aver capito come va costruita una sestina, se non siete imbecilli.)




Marco Gratisanti

SESTINA

«LA VERITÀ, INVER, MAI
FU NE L’OMBRA»


La verità, inver, mai fu ne l’ombra,
Ma inver talvolta tutto pare un gioco
Che l’essere e il contrario son un eco
Abisso tra infinito incontro al buio
Ove è lasciata cader una rosa
Senza colore, ignuda, e senza nome.

Non si sofferma troppo sullo nome
L’imago che di me ride nell’ombra
Da sola a levar petali alla rosa
Incominciando un maledetto gioco
Urlando come demone nel buio
Che, piano, pensa di parlar con l’eco.

Senza alcun genere dimena l’eco**
Nell’Ade insieme ad altri Senza Nome.
Ancora piano, brancolo nel buio
Tendendo e insiem temendo che oltre all’ombra
Che forse senza luci fletto al gioco
Mi sia gittato dardo come rosa.

Colorata di sangue è questa rosa
Ma’* aulentissima o fresca come l’eco
Lungi in un altro tempo come gioco
Bisbiglia Amore e un mai sentito nome
Che imagino sia inciso qui nell’ombra
Ma non posso vederlo perché è buio.

Dunque s’acqueta tutto dentro al buio
Svanisce nell’empirico anche il rosa
Assiem all’altre conoscenze in ombra
Che sono evanescenti come l’eco,
E di per sé non sono altro che nome
Dall’umano sapere messe in gioco.

Sembra quasi finire questo gioco,
Come in quel delle carte aperto al buio,
Obliato ho già di tutto anche ’l mio nome,
E sembra senza petali la rosa;
Rimane sola in questa grotta l’eco
Sfinita a dialogare con un’ombra.

Ora ti parla l’ombra, stai un po’ al gioco:
Non ti spaurar di quest’eco nel buio,
Che sono della rosa il vero Nome.



Daniele Ventre

SESTINA

«SPETTRO DI FORME
A RAGGIRARE
GLI OCCHI
»


Spettro di forme a raggirare gli occhi,
per la specie riflessa in acqua o in vetro,
spesso inganna la mente al poco giorno,
come per vista a cui receda fuoco,
o per raggio disperso orma di luce,
ove a nube si tenda arco nei cieli:

ombre che mira chi, fra opachi cieli,
a remota foschia spinga i suoi occhi.
Ben così da un ambiguo orlo di luce
slittano sguardi per obliquo vetro
che distolga dal vero il fatuo fuoco
dei volti dileguati al tenue giorno.

Sì potresti cercare il rado giorno
d'alcuna verità che schiuda ai cieli
le ragioni incantate al sacro fuoco
cui distillano angosce, esuli, gli occhi:
già più non ne otterrai che, elusi in vetro,
fiochi fantasmi di scomposta luce.

Non c'è, per noi, che la mentita luce
della falena al simulato giorno,
se al destino l'attrae lampada in vetro,
distoltane la via dai noti cieli:
tanto, a quel sole falso, offusca gli occhi,
che nel sogno si perde, esca per fuoco.

Perciò non consumarti al vano fuoco
che seduce la mente a vuota luce;
o troppo avverso ferirà i tuoi occhi,
per odioso risveglio, un truce giorno;
troppa violenza s'ha da fare ai cieli,
perché s’aprano a te limpidi in vetro.

Ben ti vedrai tu mosca arresa in vetro,
se non ripari a più modesto fuoco;
nitido osserva quei remoti cieli
piegata al senno la smagata luce:
ben tu conoscerai che vano giorno
in fredda alba a miraggi illuda gli occhi.

Così calore d'occhi o freddo vetro
nel breve giorno ci delude, il fuoco
di scoprire altra luce ai muti cieli.


Marco Gratisanti

SESTINA

«EDENICO CANTORE,
PUR SENZ’OCCHI
»


Edenico cantore, pur senz’occhi,
Potrei sentire l’alma chiusa in vetro,
Ma che risplende come in pieno giorno
E che può trasformar gelido fuoco
Senza necessitare della luce,
Perché essa sempre ascende sopra i cieli.

E non furono mai sì chiari i cieli
Come gli accenti partiti dagli occhi
Che alle palpebre chiuse copron luce
Sebbene s’indovini dietro il vetro
E con il Sol dall’altro, caldo il fuoco
Sopra gelide membra incontro il giorno.

In questi tempi equinoziali il giorno
Che per metà ci mostra sopra i cieli
Calma notturna in buio, e vivo fuoco,
Ambedue facce stesse prive d’occhi,
Come incantato nella sfera in vetro
Pare, ed intorno i fiori a dire luce.

Anche se poi non v’è di molta luce
Da dilicati fiori intorno al giorno
Adorna, in annerito al fumo vetro,
Che quasi niente più volgiamo ai cieli,
Causa nera foschia ch’asconde gli occhi
E lascia ’maginare solo il Fuoco.

Ma vengono dei fuochi uniti in fuoco
Che vita danno a speranze di luce,
E luci di persone, ovvero gli occhi,
Anche di notte vedono un bel giorno
Che durerà in eterno oltre quei cieli
Guardando stelle pure senza vetro.

Non v’è più sabbia qui per fare il vetro,
E non v’è freddo, eppure non v’è fuoco.
Che sia salito alfine sopra i cieli
Poiché circonda ogni cosa la luce
Che tutto intorno è Sempiterno giorno?
No, non c’è inganno, e vedo con altri occhi.

Sette occhi che son spirti in chiaro vetro
Ritti lì al trono di Giorno e di Fuoco
Parlano Luce. Non son muti i Cieli!



* Mai.

** Verso cacoritmico, che il Maestro Palasciano suggeriva di correggere in «Senza genere alcun rimedia l'eco».

22 marzo 2010

Palasciano ricade nel sonetto


MARCO PALASCIANO

SONETTO
PER IL XXV COMPLEANNO
DI MASSIMO AMMENDOLA




Niente da fare: rieccomi a comporre
l’ennesimo sonetto genetliaco,*
mischiando l’apollineo al dionisiaco
come pollo e bambú che il Bembo aborre.

Il Sole il primo tratto oggi percorre
del segno onde riparte lo Zodiaco,
primaverando il corpo tuo fidiaco
e la mente in cui tanto senno scorre.

Di dediche ne ho fatte a cani e porci;
perciò come potrei, Massimo Ammendola,
non farne a te che sei falco e delfino?

Se il naso e il ciglio innanzi non ci storci,
vuol Marco Palasciano qui scrivendola
augurarti il buon anno e il buon mattino.



* Cfr. il post Decadenza dell'arte del sonetto, contenente quello che avrebbe dovuto essere – nelle intenzioni piissime, o pessime, del Maestro Palasciano – l'ultimo in assoluto dei suoi aborriti (da Bembo e i Rimbembiti del Duemila) sonetti genetliaci, dove dice: «non vo’ piú far sonetti, / ché ciò mi sfrantumò gli zebedei»; cfr. inoltre il post In dedica a un artista marchigiano, dove per scrivere un altro sonetto il poeta deve fare uno sforzo, e Due un po' mesti sonetti genetliaci, dove non ne ha proprio la forza, mentre in Stella stellina, il meeting s'avvicina non ne ha il tempo e in Sonetto preludiante a una sonata non dispone della necessaria salute mentale; insomma qua, giocando giocando, s'è creato un topos.

21 marzo 2010

Due sestine da una palestra metrica

asterDalla discussione L'aurea palestra dell'endecasillabo, interna al gruppo di fèisbuc La Superbia punita ovvero O buon Apollo, salvaci dalla poesia mediocre!, riportiamo queste mirabili sestine liriche del nostro col.mo S.O. Daniele Ventre.



SESTINA
«A QUALUNQUE CONCENTO
ALBERGHI IN VERSO»


A qualunque concento alberghi in verso,
se non quelli che avranno in odio l'ode,
tempo di sofferenza è tutto il metro.
Ma poi che il cielo accende cuori e stelle,
chi torna al desco, chi s'annida in letto,
col cervello in riposo fino all'alba.

Ma noi, da che si accende la grigia alba,
sfiniamo mente e cuore intorno a un verso,
temendo offese in chiunque ci avrà letto;
peniamo anni ed età a compiere l'ode
che ci sollevi infine oltre le stelle
ma solo abbiamo in cambio ontoso metro*.

Ti rispondo perciò con questo metro,
io che tornato a casa avanti l'alba,
da notti d'agra birra e fioche stelle,
perdo qui tempo e annodo verso a verso,
ruminando per burla una greve ode
ché poco sogno o sonno ho avuto in letto!

Non so che proverai, se m'avrai letto
incatenato in questo ostico metro,
che vincoli apre in sé più d'ogni altra ode,
da penarci più notti anche oltre l'alba
- e spesso poi non vi si trova verso
che chiuda il senso, o in terra o tra le stelle.

Spero per fitta tu non veda stelle,
da ricovrarti in fretta in egro letto,
o che tu non risponda in aspro verso,
a questo mio ch'è poi ludico metro,
rimeditando offeso notte ed alba
le arguzie malaccorte di quest'ode.

Temo davvero che ti noccia, un'ode,
non tramata di cuori, non di stelle,
e intrecciata in mal punto alla tard'alba.
Né io te ne vorrò, se non m'hai letto.
Possa tu misurare in miglior metro,
note ed enti che senso offrano al verso.

Poiché non vedo verso, qui, se altri ode,
di piegare a buon metro o stalle o stelle;
ma in letto di Procuste attendo ogni alba.



SESTINA
«PERCHÉ LA VERITÀ NON
RESTI IN OMBRA
»


Perché la verità non resti in ombra,
offuscata nei termini del gioco,
che nell'incontro oppone all'eco l'eco,
tesso mie voci al muto orlo del buio,
a mascherarne il vuoto con la rosa**
fermata nella nuda aura del nome.

Non è fatuo ricamo o vacuo nome,
questo che sui contorni irti dell'ombra
ora si sgrana ai petali di rosa
strappati dagli amanti al vano gioco,
quando l'attesa dubita nel buio,
che delle angosce rende eterna l'eco.

Sì tu potresti ravvisarne l'eco,
in quell'impulso a stringere col nome
la forma, prima che il vorace buio
ne rapisca l'essenza in gorghi d'ombra,
e ne faccia trastullo al nero gioco,
che sullo stelo fa vizza ogni rosa.

Ché se la rosa torna in questa rosa,
come detta ragione a segno d'eco,
così nel senso avrai traccia del gioco
per cui risponde nella cosa il nome,
riscattando la preda al manto d'ombra
che nell'amplesso la soggioga al buio.

Per quanto resti a noi fraterno il buio,
più che fra lini miele ebbro di rosa,
in questo esistere affatato d'ombra,
breve più che in abisso orbita d'eco,
così parte d'un noi serba quel nome
a cui la sorte ci inchiodò per gioco.

Così per lieve che ti paia il gioco,
filo sommesso a tendersi oltre il buio,
pure il mio senso resta in questo nome,
ripetuto nei grani della rosa
smangiati sul ricorrere dell'eco
alla sponda che al suono oppone l'ombra.

Così resto nell'ombra del mio gioco,
mentre nei campi è l'eco di quel buio
che disfà nella rosa ogni altro nome.



* Cfr. Inferno VII 33.

** Cfr. Umberto Saba, Preludio e fughe, Secondo congedo: «Quante rose a nascondere un abisso!».

Scoop: le Muse erano ventiquattro!

«Narra Varrone* che i Liconi commissionarono a tre diversi scultori, onde adornarne il tempio di Apollo, le statue delle tre Muse originali; e avendo tutti e tre creato opere di così alto pregio da rendere la scelta imbarazzante, fu deciso di porre tutte e nove le statue nel tempio; perciò si sarebbe giunti al numero di nove Muse. Che ne pensi?». E risponde anche a ciò Daniele Ventre.



La spiegazione varroniana (che, confesso, mi è poco nota nei dettagli) sembra di natura evemeristica. In verità la situazione è complessa, molto più complessa.

C'erano in origine le tre Muse Titànidi (preolimpiche): Aoide (Ode), Melete (Cura), Mneme (Memoria); quest'ultima viene identificata con Mnemosine (Memoria)... Queste Muse Titànidi sono note anche con altri nomi: Cicerone le ricorda con i nomi Telsinoe, Arche (Principio), Aoide, Melete.

Plutarco nomina anche una musa Polimatia (Conoscenza di molte nozioni), ma quest'ultima sembra una costruzione ad hoc della tarda età ellenistica, almeno fino a prova contraria. Potrebbe essere una sorta di sviluppo della figura di Mneme-Mnemosine.

Accanto alle Muse Titànidi sono note tre Muse Apollonidi (figlie di Apollo): Cefisò, Boristenide e Apollonide, dette anche, coi nomi delle tre armonie della lira: Nete, Mese, Hypate (bassa, media, alta).

Le Muse esiodee sarebbero le nove Muse Olimpiche, figlie della Musa Titànide Mneme o Mnemosine e di Zeus.

Nel frattempo altre fonti elencano altre muse, che non ti sto a dire (chi ne elenca sette, chi otto, come Cratete il filosofo).

Una tradizione ulteriore identifica nove muse figlie di Piero e Antiope, una ninfa pimplea: di qui il nome di Muse Pimplee. Queste avrebbero portato gli stessi nomi delle dee, e avrebbero avuto loro i figli che si attribuivano alle Muse Olimpiche, di per sé rimaste vergini.

Mettendo insieme tutto il bailamme avresti: tre (o quattro) Muse Titanidi; da una di queste, unitasi a Zeus, nove Muse Olimpiche; da Zeus nasce Apollo, da cui vengono altre tre Muse Apollonidi; poi ci sono le Pierie o Pimplee, a volte identificate con le dee altre volte considerate a sé. Quattro schiere di Muse (per non parlare delle varianti, considerando poi che alcune fonti, note per via indiretta, non ci è ben chiaro cosa dicano).

Insomma, a fare un quadro completo, fra i dati conciliabili, avresti: 3+9+3 muse divine (per un semitotale di 15) + 9 muse terrene, le pieridi (il che fa 24, uno dei soliti numeri magici). Un vero museo!



* Non quello di Atax, quello di Rieti.

15 marzo 2010

Musa della pittura: perché manca?

Un nostro accademico curioso ha rivolto al colendissimo professor Daniele Ventre questo quesito: «Come mai le Muse non coprivano tutti i campi dell'arte e delle più nobili pratiche? Pare strano che manchino una Musa della pittura, della scultura, ecc.; quanto alla filosofia, da una parte leggo che Polimnia ne era la Musa, da altre risulta solo essere la Musa della retorica e della musica vocale, altrove ancora è detta Musa degli inni religiosi e basta». Ventre dunque spiega come mai non c'è la Musa della pittura, ecc., col post che segue, cui aggiunge due postille.


Il fatto è che le Muse, in origine, erano una versione della dea madre una e trina: erano tre, in effetti. Aoide (canto), Melete (cura, esercizio), Mneme (memoria), secondo Pausania. In alcuni luoghi della Grecia (Lesbo) le Muse erano sette. Solo con Esiodo diventano nove.

Per di più i nomi esiodei sono nomi parlanti legati al solo canto: in altre parole: si tratta dello stesso principio divino (la dea della men-te o forse dei mon-ti: *Mon-sa, da cui il greco Mousa, Moisa) declinato nelle sue varie funzioni. Si potrebbe notare la concordanza del numero delle Muse col numero delle armonie (tre: nete, hypate, mese, cioè, lieve, somma, mediana) o col numero delle corde (l'eptacordo di Lesbo).

Cicerone* nomina altresì una quarta Musa, forse altro nome di Calliope: Thelxinœ (che incanta la mente). Probabilmente anche i nomi delle sirene (almeno quello di Ligeia, la Sonora) sono presi a prestito da un inventario semantico di nomi da Musa.

Il numero nove delle Muse esiodee sembra invece raccogliere, all'interno di una cifra magica, multiplo di tre, tutte le forme che la poesia, quando è poesia, deve avere: la bella voce del canto (Kalliòpe) porta la gloria (kleos, da cui Kleiò), è fonte di godimento (terpsis, da cui Euterpe), anima le feste (thaliai, da cui Thaleia, la fiorente), è intessuta di melopea (molpè, da cui Melpomene), moltiplica i suoi inni (Poly-hymnia), giunge fino al cielo – o è di nautra celeste, cioè divina – (Ourania, da Ouranòs), è intrisecamente amabile – dotata di amabile voce (eperatos ossa, da cui Eratò, che di per sé non ha a che fare un piffero con la poesia d'amore), ed è infine godimento della danza (Terpsi-khore).

Ovviamente, nel catalogo esiodeo, è Calliope la più gloriosa fra tutte. Un gioco di parole omerico, ai vv. 602 ss. dell'Iliade (ameibòmenai opì kalè: spiegando alterne la bella voce) fa intuire che Calliope fosse già allora il nome della theà (dea) invocata nel proemio.

In buona sostanza, le nove muse esiodee sono le potenze che animano il buon canto in tutti i suoi attributi: ma Esiodo, che vive nell'età in cui l'oralità primaria ha appena cominciato a fissarsi nella scrittura, queste potenze le intende, per forza di cose, come personalità agenti. Molto più tardi, nell'età della prosa che caratterizza la grecità tarda, i retori parleranno di ideai logou, di forme di stile del discorso (Dionigi di Alicarnasso, Ermogene).

Il generale passaggio dagli dèi alle idee, che secondo Havelock si compie nell'evoluzione da Omero a Platone, si traduce, nel più ristretto àmbito della riflessione metaletteraria, in una transizione faticosa dalle Muse alle forme dello stile.


POSTILLE

1. Il che vuol dire che non poteva esistere una Musa a cui pertenessero, direttamente, le arti figurative, connotate peraltro – per il loro commercio con la materia – da un elemento di banausia.

2. Ti metto i versi della Teogonia da me tradotti, con l'accento giusto (alla latina):

Questo cantavan le Muse che hanno le case d’Olimpo,
le nove figlie che a Zeus già erano nate, a quel grande,
Clio ed Euterpe, nonché Talía e Melpòmene, e poi
anche Tersícore, ed Èrato, e inoltre Polinnia ed Urania,
quindi Callíope; ed è costei la più illustre fra tutte.
Già, poiché ella si fa compagna dei re venerati.

Theog. 76-80

La traduzione della Teogonia, ancorché compiuta, è ancora in fase di revisione parziale. Perciò, se gli esametri ritmici sembrano legnosetti, mea culpa.



* De Natura Deorum, III, 54: Iam Musæ primæ quattuor Iove altero, Thelxinœ, Aœde, Arche, Melete; secundæ Iove tertio et Mnemosyne procreatæ novem; tertiæ Piero natæ et Antiopa, quas Pieridas et Pierias solent poetæ appellare, isdem nominibus et eodem numero, quo proxumæ superiores».

8 marzo 2010

Le sorgenti della poesia mediocre

ORONZO POETONZO



ATTESA

Poesonza


L'attesa struggente
mi fa palpitar,
contemplo fremente
gabbiani sul mar.

Ad ali spiegate,
tra il cielo e le onde,
son lacrime alate
cui il cuore risponde.

O mio fato amaro!
l'attesa mi strugge,
più nulla m'è caro,
la vita mi fugge.

La notte mi tange
col nero suo dito,
io bimbo che piange
su un fiore appassito.

E un'ape che ronza
fa eco alla smania
di fare poesonza
che il cuor mi dilania,

così come i peti
dilaniano gli ani
di tutti i poeti
da fiori e gabbiani.

Ed ecco svelato
da dove vien fuori
quel canto sì alato,
quei suoi dolci odori...