24 dicembre 2011

Serata di poesia a Palazzo Lanza, / se per Capua c'è ancora una speranza

Giovedì 29 dicembre, alle ore 21.00, a Palazzo Lanza (Capua, corso Gran Priorato di Malta 25), nella sala eventi della libreria Guida Capua si terrà l'Azione n. 7 di Letteratura Necessaria. Esistenze e resistenze, un progetto poetico che dal 29 ottobre sta cucendo l’Italia avanti e indietro: a Bologna si sono tenute l’Azione n. 0, n. 1 e n. 4; la n. 5 a Reggio Emilia, la n. 3 a Parma, la n. 2 a Milano; la n. 6 si è tenuta a Roma; per la n. 7 concorrevano Napoli, Caserta, Capua... e se ha stravinto quest'ultima, è stato puramente pel prestigio dell'Accademia Palasciania. Città ingrata, ringrazia!

Questa la lista completa, in ordine alfabetico, dei poeti in gioco (la prima, il quarto e l'ultimo già ben noti agli accademici palascianisti): Viola Amarelli, Enzo Campi, Jacopo Ninni, Marco Palasciano, Lucia Pinto, Daniele Ventre. Ingresso libero.


Manifesto sull'uscio ieri affisso:

22 dicembre 2011

«Il primo blog al mondo che ha per titoli / dei suoi post solamente endecasillabi!»

IL CAPODANNO DEL DUEMILANOVE

Inauguriamo col presente post il blog ufficiale dell'Accademia Palasciania. Accademia euristica, ma giammai eristica; né, figuriamoci, eucaristica!; e soprattutto, per nulla accademica. Di essa, a febbraio di quest'anno ricorrerà il 10° anniversario della fondazione; mentre a dicembre compirà 25 anni il diario, ormai di circa cinquecento tomi, di Marco Palasciano. Propiziatoria, dunque, valenza abbia hic et nunc aprire il blog con una citazione dal diario palascianesco di oggidì, 1° gennaio del 2009 [...]
Così s'inaugurava il nostro primo blog. Sono passati ormai quasi tre anni; e a breve palasciania.splinder.com non esisterà più, spazzato via dal vento della Fine di Splinder. Non resta a noi che ringraziar la vecchia piattaforma per averci finora sostenuti, e salutarla militarmente mentr'affonda nell'oceano tra versicolori esplosioni, trascinandosi appresso la torretta di trecentoquaranta post che là scrivemmo; e che abbiamo salvati fuori rete; e dei quali pazientemente qui ripubblicheremo i meno inutili da ripubblicare.

Videata di palasciania.splinder.com. Cliccare qui per ingrandire al massimo.

21 dicembre 2011

Fatti non foste a viver come bruti

S'è tenuta tra lunedì 19 e martedì 20 dicembre (ottantesimo giorno) a Palazzo Fazio, davanti a 15 spettatori, lunga circa due ore e mezza, la puntata La finestra sul paradiso: il mondo tra diecimila anni, n. 12 e ultima del seminario di Marco Palasciano De natura mundi. L'interpretazione del mondo in ottanta giorni.

La lezione, preceduta da un quiz a premi (vincitore Emiliano D'A.; premio un quaderno identico a quello del diario di Palasciano del 1°-10 dicembre 2010), per cominciare ha trattato di come le stelle non debbano simbolizzare ciò che è più in alto di noi, ma ciò che è altro da noi; dei testamenti spirituali; dell'eclettismo palascianiano; dell'importanza d'avere interessi culturali omnicomprensivi, e di come «Nel campo dell'osservazione la fortuna favorisce solo le menti preparate» (Louis Pasteur); della speranza nel futuro, mai da perdere, e di come l'attuale epoca non sia la peggiore (il male ha oggi solo una maggiore copertura mediatica) ma un'epoca di transizione, e anzi la migliore, finora, quanto a rispetto dei diritti umani (basti pensare che in antico neanche a Gesù venne in mente di criticare la pratica dello schiavismo); di come «Le azioni, anche se sono prive di effetto, non per questo risultano prive di significato» (George Orwell) e di come possano, in ogni caso, influire sul futuro più di quanto non si creda, grazie all'effetto farfalla; di come una giusta azione possa esser facile o difficile, e un'azione facile possa esser giusta o ingiusta, e l'animo vile scelga sempre la facile a prescindere da se sia giusta o ingiusta, e l'animo nobile scelga sempre la giusta a prescindere da se sia facile o difficile; di come occorre sempre tendere a grandi imprese, giacché chi tende a poco ottiene pochissimo.

E ancora: della cautela d'obbligo nell'indicare date, in futurologia; d'alcuni divertenti titoli (1975: occhi bianchi sul pianeta Terra, 1984, 1990: i guerrieri del Bronx, 1997: fuga da New York, Spazio 1999, 2000: la fine dell'uomo, 2001: Odissea nello spazio, 2010: l'anno del contatto); di quanto siano insignificanti tante questioni del presente, su cui tanto ci si accapiglia, se le si ponga a paragone con ciò che ne penserà la gente tra diecimila anni (per es., a nessuno importerà nulla dei politici italiani d'oggi, mentre tutti si ricorderanno benissimo di Dante); del trash; del Great Pacific Garbage Patch e altre isole d’immondizia, e dell'accelerazione dell’obsolescenza tecnologica; della politica come arte del compromesso (con la massa, con le multinazionali, con i poteri religiosi ecc.); della scienza corrotta dagli sponsor (vedi avallo alle centrali nucleari, agli inceneritori e simili); della scienza incorrotta (vedi per es. Marie Curie) rallentata dal non avere sponsor; di come le grandi strutture scientifico-tecnologiche operino scelte di tipo produttivistico a discapito della ricerca pura, e di come ogni giorno muoiano circa 35.000 persone per malattie non redditizie da curare per le multinazionali farmaceutiche; del fecondo sinergismo tra classicismo e futurismo; di come la lettura integrale di un'enciclopedia possa mostrare la predominanza delle azioni umane benefiche e meravigliose sulle malvage e squallide.

E ancora: del «ritorno di Astrea in astronave» (vedi lezione VI); delle tre tipologie base di futuri possibili: infernali, purgatoriali (simili al nostro presente), paradisiaci; delle città giardino; della necessità di abolire il denaro; di come solo il lavoro creativo nobiliti l'uomo, e di quanto sia alienante il lavoro alienato; della necessità di azzerare lo stress per un miglior estote parati; della necessità di rendere gratuiti tutti i beni e servizi vitali e culturali; della philia insita nel campo Cultura e comunicazione (vedi La Grande Ruota delle Umane Cose, lezione III); dell'insensatezza del nazionalismo, giacché le virtù che un popolo pretende d'esprimere esso solo appartengono in realtà all'umanità intera, idem le pecche che esso pretende siano espresse dai soli altri popoli; di come non esista nessuna «razza pura» (vedi per es. l'inesistenza del popolo ebraico secondo Shlomo Sand); di come i regimi nazionalisti distorcano e mitizzino il passato, facciano leva sull'ignoranza e avversino la cultura; della trista pretesa di Lyotard (La condition postmoderne, 1979) che debba cadere sempre più in disuso l'idea che l'acquisizione del sapere sia inscindibile dalla formazione dello spirito; del rapporto tra l'uomo e gli altri animali, e dell'errore degli animalisti da strapazzo nel considerare gli altri animali assolutamente migliori dell'uomo; di come la Ruota palascianiana possa applicarsi anche agli altri animali; della «seconda natura» secondo Aristotele; del dominare le passioni anziché lasciarsene dominare, del perdono ai nemici, del sacrificio eroico e del progresso umano; dell'ideale d'un mondo completamente simbiotico, della questione di come convincere gli animali carnivori a diventare erbivori, e dell’ingegneria genetica al servizio dell’etica come chiave possibile della nuova Età dell’Oro; del se l'evoluzione dell'uomo sia finita, come sostiene Steve Jones, o no; degli ambienti dei pianeti extrasolari colonizzati in futuro dall'uomo.

Nell'intervallo ci si è pasciuti d'un magnifico buffet di dolci praglioliani, centrale la torta «di stelle», allestito per festeggiare sia la conclusione di De natura mundi sia il XXVII anniversario della prima pagina del diario di Marco Palasciano (19 dicembre 1984). Intanto il Presidente della nostra Accademia, i due Vicepresidenti (Angelo Maisto e Margot Tafuri) e il Segretario (Domenico Callipo) hanno consegnato quattro diplomi: a Roberto Alvino per aver assistito a tutte le lezioni del seminario, ad Antonio Di Franco e ad Antonio Faenza per aver assistito a 10 lezioni su 12, e a Carolina Pragliola per essersi «in tale contesto distinta sopra tutti per l’eccellenza degli sforzi profusi nel servire la causa palascianiana». Di séguito riportiamo, a loro gloria, l'elenco completo dei tredici più assidui frequentatori di De natura mundi, da chi lo seguì tutto a chi ne seguì almeno 4 lezioni:


12. Roberto Alvino

10. Antonio Di Franco; Antonio Faenza

7. Oscar Geremia

6. Andrea De Angelis; Graziano Mottola;
Carolina Pragliola


5. Margot Tafuri

4. Domenico Callipo; Enrico Cardellino;
Emiliano D'Angelo; Angelo Maisto;
Matteo Mastantuoni

Il brindisi di mezzanotte è stato introdotto dalla declamazione palascianesca del peana dantesco ad Apollo (Paradiso I 13-36).

Nella seconda parte della lezione si è trattato, in merito al futuro prossimo, dell'impatto psicosociale relativo alla creazione di robot antropomorfi indistinguibili dagli esseri umani, e del conseguente divieto di crearne; dei criminali supertecnologici, imitatori dei villains dei fumetti, e in particolare i robottizzatori sadici (operatori d'una body art estrema: rapire persone e restituirle ai loro cari trasformate, per es., in grandi ragni meccanici dal volto di maschera piangente, con gli organi vitali estrusi e collegati al resto per tubi trasparenti in cui scorreranno i fluidi biologici, mentre in altri scorrerà olio di macchina); dell'epoca, finalmente votata al puro bene, dei robot non antropomorfi, a foggia di fiori levitanti, e di come l'affrancamento dal lavoro alienato renderà il mondo un paradiso; del dubbio dei fantascientisti d'antan che ciò possa indurre l'umanità all'ozio e portare la civiltà alla decadenza; di come, di contro, le vite esemplari di artisti e pensatori che non dovettero lavorare per vivere, e tuttavia di certo non oziarono, siano la dimostrazione che, anzi, la civiltà potrà avere un balzo in avanti; della vita esemplare di Marco Palasciano, la cui fanciullezza e adolescenza fu come abitare in un piccolo «Panopticon delle Wunderkammern» (vedi La Grande Ruota delle Umane Cose, lezione VI), e di come se nel futuro tutti fossero come lui il progresso spirituale supererebbe quello materiale; di alcune risorse tecnologiche ancora inesistenti: registratori di sogni, oggetti a stasi gravitazionale e ad azzeramento del moto inerziale, trovacose ecc.

E ancora: delle famiglie del futuro remoto, simili a quelle allargate della preistoria più paradisiaca; di come gli intralci che oggi si pongono alle coppie di fatto, all'omogenitorialità ecc. «saranno solo un patetico ricordo di un'epoca cretina»; di come, contando solo i legami affettivi, non avrà alcun valore aggiunto essere i genitori biologici (e si giudicheranno insensate le tiritere odierne delle madri o padri pentiti dell'abbandono che si presentano dopo una vita alla porta dei figli adottati da terzi e pretendono d'instaurare un rapporto); del grande senso di fratellanza diffuso nella società di quel futuro; di come l'educazione all'amore passerà anche attraverso giochi a scenario virtuale in cui l'amato muti momentaneamente forma, e di come in un futuro ancora più remoto, "tecnomagico", tali mutazioni potranno essere non virtuali ma reali; dell'amore e predisposizione dei futuri per le arti, e di come in alcune epoche più "barocche" il mondo sarà una sorta di immenso teatro musicale, tra continui canti e danze; dell'usanza, diffusa in alcune città del futuro, della «sinfonia del mattino», in polifonia spontanea; della riproduzione 1:1 dell'inferno dantesco ricavata da un asteroide, e analoghi ludo-monumenti all'arte e alla cultura.

E ancora: di come l'intelligenza genetico-autopoietica impedisca la vita eterna agli esseri il cui raggio d'azione sia un singolo pianeta, per evitarne il sovraffollamento, ma la consenta negli esseri la cui civiltà arrivi a farli diffondere nello spazio infinito; di come la saggezza superiore degli esseri evolutisi in un futuro remotissimo sia per noi pressoché inimmaginabile; della fine del sole tra cinque miliardi di anni, e di come nel frattempo la civiltà umana o postumana si sarà già diffusa in diversi altri sistemi stellari; dello stratagemma che, nel futuro prossimo, alcuni scienziati potrebbero mettere in atto per eliminare la malvagità dal mondo, sfruttando la suggestionabilità degli esseri umani e la potenza dell'umana fantasia (argomento d'una novella palascianiana in fieri, anzi... in fiori neri); del vero "peccato originale", cioè il meme del sacrificio dell'innocente, animale o umano che sia, perpetuatosi fin nel cristianesimo, del quale è addirittura a fondamento; della necessità di abbattere tutte le religioni, a partire dal cristianesimo che è la più diffusa, e sostituirle con la filosofia maieutica; di come la miserevolezza del progresso spirituale (al confronto del lussureggiare del progresso materiale) dell'epoca presente sia dovuta, secondo Albert Schweitzer e altri, al basare la spiritualità su credenze religiose anziché su una più profonda riflessione sulla reale essenza delle cose; di come proprio l'aprirci a una tale riflessione sia stato l'obiettivo del seminario-spettacolo De natura mundi; se il quale non v’è dispiaciuto affatto, vogliatecene bene, «ma se in vece fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s’è fatto apposta».

13 dicembre 2011

Il finale di «De natura mundi»

Comunicato stampa su La finestra sul paradiso, dodicesima e ultima lezione-spettacolo di De natura mundi. Vi preghiamo di copiarlo, incollarlo e pubblicarlo ovunque; e grati vi saremo, in eterno e all'estremo.


Giunge all’ultima delle sue dodici puntate a ingresso gratuito il seminario-spettacolo “De natura mundi. L’interpretazione del mondo in ottanta giorni”, a cura dell’Accademia Palasciania (in collaborazione con Associazione culturale Architempo, Cooperativa culturale Capuanova, Libreria Guida Capua e Librerie Uthòpia). Un viaggio straordinario tra scienza, filosofia, gioco e poesia, che avrà termine lunedí 19 dicembre a Palazzo Fazio (Capua, via Seminario 10), dove alle 21.30 si terrà la lezione “La finestra sul paradiso: il mondo tra diecimila anni”.

Le molte idee dispiegatesi nel corso delle puntate precedenti convergeranno qui – per il filtro d’un fascinoso connubio di umanesimo e fantascienza – in un’unica visione, un compendio di storia del miglior futuro possibile, una sorta di testamento spirituale di Marco Palasciano («autentico genio delle parole e del pensiero», nella definizione del filosofo Franco Cuomo). Quiz a premi, musica e momenti di laboratorio teatrale arricchiranno ulteriormente questo gran finale di una manifestazione culturale durata quasi tre mesi e che – a onta del pressoché totale disinteresse mostrato dai capuani – ha attratto spettatori anche da altre regioni, conquistandoli con la profondità dei temi trattati e con l’originalità del modo di trattarne, fino a fare apparire Capua come un vero e proprio faro del nuovo Rinascimento.

A coronamento del seminario saranno consegnati i diplomi dell’Accademia Palasciania e si celebrerà con una torta «di stelle» anche il 27° anniversario dell’incipit del Diario palascianiano, opera monumentale in via di conversione in enciclopedia. Il brindisi finale – accompagnato dal peana di Dante ad Apollo – si terrà dopo la mezzanotte, momento in cui si toccherà l’ottantesimo giorno dall’inizio di “De natura mundi”. Si concluderà cosí questo giro filosofico del mondo, di tutte le cui tappe si potrà leggere il resoconto in http://palasciania.splinder.com.

12 dicembre 2011

Monologo sui massimi sistemi

S'è tenuta domenica 11 dicembre tra Palazzo Lanza e la sede centrale dell'Accademia Palasciania (dovendo il primo a una cert'ora chiudere), davanti a 7 spettatori poi ridottisi a 4 per l'ora tarda, la lunga puntata Alla base di tutto non c'è il Nulla ma il Tutto. Dall'estasi razionale alla religione giocattolo, n. 11 del seminario di Marco Palasciano De natura mundi. L'interpretazione del mondo in ottanta giorni.

La lezione, preceduta da un quiz a premi (vincitore Roberto A.; premio un quaderno identico a quello del diario del 15-24 dicembre 2008 da cui Palasciano trasse Starobinski alle undici), per cominciare ha trattato del malvezzo pessimista di dir che «tutto è nulla», o «tutto è male», come in Giacomo Leopardi (vedi Zibaldone, 72 e 4174); quindi dell'inesistenza del nulla secondo la fisica contemporanea, delle fluttuazioni del vuoto, dell'eterno formarsi d'universi; degli infiniti maggiori e minori, e di come il numero degli eventi dei singoli universi proceda più rapidamente del numero di creazioni di universi simili al nostro, dal che deriva che ogni evento è unico e irripetibile; dei vari livelli di multiverso secondo Max Tegmark; di come l'ammettere a priori l'esistenza di tutti i mondi possibili sia «un'ontologia alquanto triviale» (Daniele Ventre); della teoria di Julian Barbour sull'inesistenza del tempo; della Possibilità Infinita, e della perfetta simmetria leggibile nello spazio infinitodimensionale della configurazione degli infiniti enti possibili, e di come a ciò si accenni in Starobinski alle undici di Palasciano (testo ad apertura del volume collettaneo Napoli per le strade, a cura di Massimiliano Palmese, Azimut, 2009); di come tutto sia determinato e al tempo stesso libero, se si consideri la realtà come una Platonia barbouriana e le coscienze come soggetti d'un percorso in essa; di come, in tal senso, la realtà starebbe alla vita come un cluster sta a una melodia; della spirale idealmente infinita degli armonici, e della loro orientabilità (analogizzando 1-3-5-7 allo schema nord-sud-est-ovest o a una sua variante per rotazione e/o speculazione); della sfera dei colori di Otto Runge, altro esempio d'infinitudine orientabile; di come tutto sia dicibile (vedi lezione VII), ma intendibile solo se gli interlocutori dispongano d'un comune repertorio assiomatico; di come, a esempio, il rosso sia un assioma (è inutile descriverlo, tanto più se a un cieco o a un protànope, come «sensazione cromatica corrispondente alle radiazioni elettromagnetiche la cui lunghezza d'onda sia compresa tra 630 e 670 nanometri»); del daltonismo linguistico, cioè per es. l'intendere solo il linguaggio scientifico e non il poetico; dell'estasi mistica come follia, ricordando la differenza tra follia (invalidante) e irrazionale (validante quanto il razionale); dell'estasi irrazionale, effetto di bellezza e amore; della felicità secondo Spinoza, del dominio delle passioni vili, del superamento dell’istinto di sopravvivenza; dell'estasi razionale, e in particolare di quella causata dal fronteggiare l’irriducibilità assoluta del mistero dell’essere a un qualsiasi tentativo di spiegazione fondata sulla meccanica di causa ed effetto.

E ancora: di come il puro essere semplicemente sia, senza necessità né volontà; di come, al sustanziarsi della materia ben regolata, l'essere assuma volontà e tenda alla complessità, quindi alla vita e alla sua evoluzione; della questione del telos; della sintropia di Fantappiè; della gamma dei modi d'inquadrare il fenomeno dell'evoluzione biologica, dalla necessità deterministica al disegno intelligente (reductiones ad absurdum, queste estreme due, di tutte le altre tesi); dell'autopoiesi; di come probabilmente, infine, l'evoluzione delle forme biologiche sia governata dalle loro stesse intelligenze inconsce, in continua sperimentazione euristica e apprendimento crescente; di come gli animali superiori siano caratterizzati dall'amore, e di come esso renda sopportabili i difetti del mondo e nel contempo stimoli a correggerlo, tanto che la vita stessa forse non sarebbe mai iniziata se non per la sintropica speranza nel futuro instaurarsi dell'amore universale; dell'ipotesi della futura organizzazione di tutta la materia dell'universo in un unico superorganismo, e di come  tale superorganismo successivamente si disgregherebbe come un mandàla, onde tutto ricomincerebbe da capo (vedi il Lila di Brahman); del dilemma del DNA artificiale, ovvero se basti la pura combinatoria a fare sbocciare lo spirito dalla materia; della tesi per cui la materia è già viva, ma non sa di esserlo finché non è organica, ovvero di come probabilmente abbiano un'anima anche le singole cellule, le molecole, gli atomi, le particelle; di come non tutte le anime siano coscienti; di come, benché ogni cellula dell'organismo umano abbia una propria anima, tale anima non sia tuttavia parte dell'anima umana.

E ancora: della tesi per cui la realtà sarebbe una sorta di immenso videogame, ovvero di sogno coerente, e il morire in esso corrisponderebbe al risvegliarsi nella sovrarealtà; di come dunque il cervello non sarebbe l'origine della coscienza, ma il suo filtro, e i nostri occhi sarebbero paraocchi; di come fuori della realtà materiale tornerebbe all'anima la consapevolezza di ciò che sovrarealmente essa è, cioè qualcosa di simile a un dio; di come, secondo tale teoria, le anime avrebbero il potere di mettere a fuoco o sfocare, come cambiando lente, la propria consapevolezza, così che essa all'interno del gioco sia miope, e fuori del gioco ritorni infinita; di come, in ogni caso, a chi vive sia negato conoscere il futuro, se non per calcoli probabilistici; di come i calcoli probabilistici inconsci, enormemente più precisi di quelli consci (dato che il cervello registra tutto, e tutto meccanicamente analizza, a insaputa della coscienza), siano la spiegazione più probabile delle cosiddette premonizioni e analoghi fenomeni; di come, se la realtà fosse davvero un gioco, non ci sarebbe dato di saper mai con certezza che essa lo è, o ciò lo guasterebbe; di come tuttavia, se si è bastantemente intelligenti, non si può non immaginare che la realtà sia un gioco, e di come l'immaginarlo sia utile all'intelletto per trarne forza per le azioni più grandi; di come poco ambiziose siano le azioni concepite da quegli animali che siano provvisti di minore complessità esistenziale, compresi gli uomini di cultura semplice; di come questi ultimi non necessitino di teoresi né di aletheia, e quanto a episteme possano accontentarsi del mito; dei «grandi sogni» (Freud); del perché un'anima potrebbe, talvolta, scegliere d'incarnarsi in una zanzara ecc.; di come, se la vita è un percorso solitario in Platonia, gli altri siano zombie fenomenici di Chalmers; di come ciò non sia, se tutte le anime sono coordinate a seguire un unico percorso, e di come quest'ultimo sarebbe determinato dalla media di tutte le volontà; di come, terza ipotesi, la vita sia un percorso solitario in Platonia ma gli altri esseri viventi non siano zombie fenomenici di Chalmers, poiché infiniti percorsi s'intreccerebbero e quindi in ciascuna persona che l'anima incontrerebbe potrebb'esserci a ogni istante (tempo di Planck) una diversa anima in transito; dell'atarassia post mortem.

E ancora: della questione se le anime siano tutte uguali o di diversi "colori"; della qualità composita della volontà degli esseri viventi; di come la chimica non sia l'origine delle emozioni, ma essa sia solo l'algoritmo che le evoca in base agli eventi; della preesistenza dell'eros ai corpi; della preesistenza dei colori e della musica agli apparati visivi cromatosensibili e agli apparati auditivi; della relativa semplicità del mistero dell’essere (stante la tesi della Possibilità Infinita), a petto del ben più ostico mistero dell’organizzarsi dell’infinito in determinate leggi e strutture; di come la procreazione non sia il telos dell'eros, così come fornir mele alla nostra tavola non è il telos del melo; di come le qualità spirituali della persona amata vivano anche in altre persone, e le differenze fisiche non siano che una maschera, e dietro la molteplicità degli uomini si celi l'essenza dell'uomo ecc., il che peraltro rende possibile l'amore universale; di come trovare consolatio perfetta alla propria morte nella considerazione del progresso umano e universale; della possibile morte dell'universo secondo la scienza attuale, e di come aggirare quest'estremo movente della disperazione con l'ausilio della consapevolezza dell'illusorietà del tempo, o nel senso barbouriano, o nel senso che «l'essere è eterno o non sarebbe mai stato» ("dogma" centrale del palascianesimo); della lirica filosofica giovanile di Palasciano Moto perpetuo (199o); della falsa dicotomia eterno/contingente, e della falsa dicotomia universale/personale; di come l'universo sia olografico, nel senso che ogni sua più piccola componente contiene interamente tutte le sue leggi, nonché tutta la potenza dell'essere; della «O come olos, O come Oneness, O come Ordine e filantropia»; dell'etica universale; dell'esercizio mentale del «mai contrattare con il Diavolo», ovvero mai considerare l'ipotesi di basare la propria felicità sulla sofferenza altrui; della filosofia gesuana, da non confondere con quella cristiana (vedi lezione VIII); della visione dell'altro come te stesso, e dell'idea di Bene come volontà di integrità delle potenzialità di ciascuno.

E ancora: della vanità della teodicea; di come il concetto di "Dio" non sia che la proiezione dell'insieme delle qualità positive degli esseri viventi portate idealmente al massimo grado di perfezione, e di come ciò possa identificarsi con lo stato a cui tende la parte più nobile della natura (esemplata dall'intelletto umano, dalla sua libertà e dalla sua volontà di migliorare il mondo, espressione della quale è la tecnica); dell'opportunità d'estendere il concetto di natura alla cultura; della ridefinizione della parte meccanica e vile della natura come default, in riferimento al suo analogo in informatica; di come «libertà necessitata» sia un ossimoro, ma non lo sia «volontà meccanica», data la natura composita della volontà; delle nostre reazioni meccaniche a situazioni esterne (paura, ira ecc.) e a situazioni interne (fame, fregola ecc.); del contrasto tra il desiderio di perfezione (di vita, di salute, d'amore, di gioia, di gioco e creazione, di conoscenza) e gli accidenti che lo frustrano (morte, malattie e incidenti, indifferenza e odio, noia e dolore, repressione e miseria, ignoranza e confusione); di come a livello basico (leggi fisiche) l'errore sia impossibile, «altrimenti si spacca l'universo», mentre a livello della vita è possibile (come elusione del desiderio di perfezione); della competizione tra specie, tra individui d'una medesima specie, tra impulsi in un medesimo individuo; delle due grandi domande «Esiste la libertà?» e «Perché esiste l'errore?», e dell'unica risposta ad ambedue: «Esiste l'errore perché esiste la libertà»; dell'umiltà scientifica; dell'ipotesi (simile a quella di Leibniz tanto irrisa da Voltaire) che questo sia il migliore dei mondi possibili, ancorché suscettibile d'errori, per la sua ricchezza in dramma; della preziosità massima dell'amore e della gioia, e loro sacralità; della dannosità delle religioni più diffuse, per il loro non considerare sacri gioia e amore (vedi sessuofobia cattolica ecc.) e considerare sacri, nel contempo, figure e valori falsi; dell'intreccio tra religione e politica, palese a es. nella "giustificazione" del sistema delle caste indù con la dottrina della metempsicosi karmica; della funzione della religione secondo Machiavelli; della pertinenza, secondo Giordano Bruno, della religione ai semplici e della filosofia agli intellettuali; della necessità odierna di fornire ai semplici una nuova religione, innocua, affinché essa soddisfi il loro bisogno fideistico senza apportare alla società i danni collaterali tipici delle religioni tradizionali, allo stesso modo in cui occorre saturare di iodio-127 la tiroide per impedirvi l'accesso dello iodio-131; delle religioni giocattolo, per es. la teoria della metempsicosi a zig zag, secondo la quale esisterebbe un'unica anima che fa il giro di tutti i corpi, reincarnandosi avanti e indietro nel tempo (idea utile a scoraggiare comportamenti eterodistruttivi, che s'intenderebbero autodistruttivi); delle religioni dal basso (per rivelazioni, false o folli, sulla cui molle base va costruendosi il rigido castello d'una teologia) e dall'alto (costruite a tavolino cercando di partire da fondamenti ragionevoli).


E ancora: dell'ontologia e cosmologia di tipo gnostico immaginata da Palasciano per esercizio [aggiornamento: e successivamente sconfessata del tutto], dove dalla Possibilità Infinita promanerebbe la totalità degli enti, istantanea ed eterna, divisibile (discrimine I) nelle categorie degli enti caotici e degli enti armonici; di come la categoria degli enti armonici si dividerebbe (discrimine II) in quelle delle forme e degli spiriti; di come gli spiriti si dividerebbero (III) in dormienti eterni e potenze; di come le potenze si dividerebbero (IV) in potenze limitate da forme (anime animali e vegetali, molecolari, atomiche ecc.) e potenze non limitate da forme; di come queste ultime potenze si dividerebbero (V) in caògeni (assemblatori di universi senza regole) e demiurghi (assemblatori di universi regolati); di come i demiurghi si dividerebbero (VI) in demiurghi di potenza finita (assemblatori di universi dalle leggi imperfette) e nell'unico demiurgo di potenza infinita (assemblatore dell'unico universo dalle leggi perfette, ed eventualmente cancellatore di tutti gli altri universi e di tutti gli enti caotici).

E ancora: di come la religione, non paga d'aver presa sui semplici, pretenda di conquistare anche gli intellettuali, occupando nel loro cuore il posto che spetta alla filosofia; di come siano nemici della filosofia sia la religione sia, all'estremo opposto, lo scientismo (cioè la pretesa, non scientifica, che la scienza sia l'unica forma valida di conoscenza); d'una recente disputa tra un poeta filosofo e un giovane scientista; di come lo scientismo sia filosofia, dunque la sua presa di posizione antifilosofica sia paradossale; di come la scienza «non si prende cura della verità» (Umberto Galimberti, Opere, I-III. Il tramonto dell'occidente nella lettura di Heidegger e Jaspers, Feltrinelli, 2005, pag. 393); di come il fine d'elaborare una visione generale della realtà sia proprio della filosofia, e non della scienza, e di come all'aletheia siano necessarie ambedue insieme con la poesia, e nessuna delle tre sia sufficiente da sola; della parabola palascianiana dei due cani (rappresentanti due religioni, o la religione e lo scientismo) litiganti per un boccone di carne finta; di come «il Dio personale non è altro, psicologicamente, che un padre innalzato» e la psicanalisi «ci pone ogni giorno sotto gli occhi i casi di giovani che perdono la fede religiosa appena vien meno in loro l’autorità paterna» (Sigmund Freud, Un ricordo d'infanzia di Leonardo da Vinci, 1910); della paura dell'abbandono; della sindrome di Stoccolma; del maturare; della maieutica; di come l'estirpazione della religione necessiti di gradualità e sottigliezza, il che spiega il fallimento della rozza politica antireligiosa dell'URSS e simili; di come occorra convertire i cristiani al pensiero autentico di Gesù, come fase di transizione al libero pensiero; di come occorra concentrarsi, in tal senso, soprattutto sui giovani, e lasciare tranquille le vecchiette; dell'Accademia Palasciania come scuola filosofica.
 


La lezione n. 12 e ultima, La finestra sul paradiso: il mondo tra diecimila anni, si terrà lunedì 19 dicembre alle ore 21.45 spaccate a Palazzo Fazio (Capua, via Seminario 10). Come sempre, gratis.

7 dicembre 2011

La lezione undicesima, attesissima

Comunicato stampa su Alla base di tutto non c'è il Nulla ma il Tutto, undicesima lezione-spettacolo di De natura mundi. Vi preghiamo di copiarlo, incollarlo e pubblicarlo ovunque; e grati vi saremo, in eterno e all'estremo.


Giunge alla penultima delle sue dodici puntate a ingresso gratuito il seminario-spettacolo “De natura mundi. L’interpretazione del mondo in ottanta giorni”, a cura dell’Accademia Palasciania (in collaborazione con Associazione culturale Architempo, Cooperativa culturale Capuanova, Libreria Guida Capua e Librerie Uthòpia). Un viaggio straordinario tra scienza, filosofia, gioco e poesia con per guida Marco Palasciano («autentico genio delle parole e del pensiero», nella definizione del filosofo Franco Cuomo), che alterna le sue lezioni tra le sale di due dei piú prestigiosi palazzi di Capua.

Alle ore 21.30 di domenica 11 dicembre, a Palazzo Lanza (corso Gran Priorato di Malta 25) la puntata n. 11, intitolata “Alla base di tutto non c’è il Nulla ma il Tutto. Dall’estasi razionale alla religione giocattolo”, riprenderà molte questioni lasciate volutamente in sospeso nelle puntate precedenti. Per esempio nella settima si era accennato al «superamento, non la banale esorcizzazione, del timore della morte», e a come l’emblema di tale superamento sia il «trionfo dell’istante sull’eternità»; si intreccerà ora quest’immagine con la teoria di Barbour sull’inesistenza del tempo, e simili interpretazioni del mondo come sovrapposizione di aspetti reali e illusorii. Tutti i fili del discorso convergeranno sull’intavolatura della «migliore religione possibile», frutto del connubio di logica e fantasia (con tutta un’impressionante mitologia in nuce: i demiurghi, i caògeni, i dormienti…), per poi rimettere in discussione pure questo con un’ultima mossa. Ma a prescindere dai maxi-sistemi in gioco sulla scacchiera, la lezione toccherà anche ipotesi extravaganti come la metempsicosi a zig zag (a crederci non schiaccereste piú una zanzara) e altre piú elevabili ad assioma, come la preesistenza dell’eros e dei colori ai corpi e alla luce.

Il successivo e ultimo appuntamento, “La finestra sul paradiso: il mondo tra diecimila anni”, è per il 19 dicembre a Palazzo Fazio (via Seminario 10). Il nostro giro della Weltanschauung palascianiana, delle cui scorse tappe si può leggere il resoconto in http://palasciania.splinder.com, si concluderà cosí con un compendio di storia del futuro.

6 dicembre 2011

Shakespeare approda nell'ingrata Capua

S'è tenuta a Palazzo Fazio lunedì 5 dicembre con la collaborazione di nove spettatori improvvisatisi attori, lunga circa tre ore, la puntata Il mirino di Amleto. Te lo do io il laboratorio teatrale (e filosofico), n. 10 del seminario di Marco Palasciano De natura mundi. L'interpretazione del mondo in ottanta giorni. (Cliccate qui per qualche immagine in più del servizio fotografico di Carolina Pragliola.) Più d'uno di quei nove, ora, caldeggia che la nostra Accademia istituisca un laboratorio teatrale (e filosofico) permanente; «sarebbe un sogno»; vedremo, vedremo se farne realtà...

Spiace, intanto, constatare come benché la città di Capua usi tuttora sbandierare lo status di «città d'arte e di studi», la più parte degli spettatori dell'artisticissimo e studiatissimo De natura mundi debba venire da altre città (Napoli, Acerra, Sant'Antimo, Sant'Arpino, Caserta, Santa Maria Capua Vetere, Calvi Risorta, Sparanise, Teano, Cassino...); e che i nostri concittadini, anziché compiacersi d'aver vicino casa una delle massime fucine dell'ingegno italico, e correre lieti e grati ad abbeverarsi a tanta fonte, se ne astengano, tranne un signore e mezzo; ma il peggio è che, al contempo, regalano il pienone a eventi indegni, cui si recano in massa; ecco: Capua, infine, è una «città di cultura di massa».

Torniamo al resoconto di Il mirino di Amleto. Nella parte introduttiva si è trattato della bravura nel tiro con le armi da fuoco del re di Danimarca, vilmente ucciso nel sonno; del mirino della sua pistola, scrutando nel quale il figlio Amleto fantastica sulla vendetta, puntandolo da lontano sull'usurpatore Claudio; di come l'esitazione del principe sia causa dell'accumularsi di tragedie su tragedie; della sua tentazione di sparare non all'usurpatore, ma a sé stesso, questo essendo un più facile finale; della coevità del «To be or not to be» shakespeariano e del «Cogito ergo sum» di Cartesio, e di come per quest'ultimo la certezza di base è che almeno la coscienza esista, mentre per Amleto sorge il dubbio se sia più nobile restare coscienti o annullare la propria coscienza; della tesi che il mondo sia un sogno del soggetto, e che le altre coscienze non esistano; della dimostrazione che, seppure la pluralità delle coscienze sia indimostrabile, essa non è impossibile, poiché il suo grado di "miracolosità" è uguale a quello dell'esistenza della coscienza del soggetto; di quanto sia meraviglioso che gli esseri viventi esistano, e di quanto lo sia di già la pura esistenza dell'essere, e di quanto poco si sia usi considerarne la meravigliosità; della nascita della filosofia dalla meraviglia; di ciò che una persona avrebbe potuto essere e non è stata, e di ciò che avrebbe potuto non essere ed è.

Palasciano a questo punto ha recitato la poesia di Evtušenko Vorrei nascere in tutti i paesi per poi proseguire trattando di come, a meno che esista la metempsicosi, si viva una volta sola, e di come della propria morte sia peggio quella di chi amiamo; della consolazione che a ciò può dare la filosofia e nello specifico, per esempio, di come le qualità spirituali della persona amata vivano anche in altre persone, e le differenze fisiche non siano che una maschera, e dietro la molteplicità degli uomini si celi l'essenza dell'uomo, ecc., il che peraltro rende possibile l'amore universale; di come più immediata della consolatio philosophiæ possa essere la consolatio artis; di come il narrare storie aiuti chi le ascolta, nota Esiodo, a dimenticare momentaneamente i propri dolori; della fabulofilia alla base di letteratura, teatro e cinema; di come la vita sia già teatro, e il teatro sia dunque sempre teatro nel teatro; di come mito, poesia, teatro ecc. diano ordine e sintesi alla vita; dell'aletheia come fine dell'arte; dell'evoluzione della storia di Amleto secondo Il mulino di Amleto di Santillana e Dechend, dalla più antica leggenda alla versione di Saxo Grammaticus e all'Amleto di Shakespeare; di Un Amleto di ritagli e di pezze (1998) di Palasciano, dove Amleto si suicida per non far suicidare Ofelia, ma infine il suicidio era puramente simbolico e Amleto espatria per una vita nova; del pastiche palascianesco Il cannocchiale di Coppelius (1999), dove si fondono Hoffmann e la Tempesta shakespeariana; di come il mirino di Amleto potrebbe in realtà essere stato costruito da Coppelius, e delle conseguenze di tale eventualità, la cui idea getta sulla storia una luce pirandelliana; di come la pratica teatrale sia utile a scrostare da noi ciò che non siamo; della nostra identità come individui e, nel contempo, appartenenti all'olos umano e animale; di come negli animali inferiori l'anima sia puro strumento del corpo, e in quelli superiori possa avvenire il contrario; della sacralità insita nel teatro e in quelle altre pratiche che, fin dai primordi della civiltà, fanno del corpo la cassa di risonanza delle vibrazioni dell'anima: gioco, lotta, danza, canto ecc.

Si è quindi passati agli esercizi. Per cominciare, si è cercato di esprimere varie gamme di sentimenti, solo per mezzo di mimica facciale e versi non verbali: affetto positivo (dalla simpatia quieta alla lussuria bestiale), disgusto (dalla disapprovazione al vomito), paura (dal sospetto al terrore urlante), ilarità (dal sorrisetto al riso sguaiato), affetto negativo (dall'indifferenza alla furia omicida), tristezza (dalla malinconia al dolore disperato), demenza (dall'apatia alla follia furiosa). Quindi, esercizi d'azione mimica: Gli orsi allo zoo, sulla curiosità (dallo scrutìo guardingo all'annusata); e L'oscuro oggetto, sulla repulsione e sul desiderio. Quindi, esercizi di puro dialogo: Botta e risposta in rima, tra due seduti l'uno fronte all'altro; e Controversia filosofico-morale tra i personaggi di due professori, uno cattolico fondamentalista e l'altro no, sulla liceità o meno dell'uso dei preservativi nella prevenzione dei contagi virali ecc., davanti al pubblico d'un convegno. Quindi, esercizi d'azione con dialoghi: Scenografie sonore (ispirarsi alla musica per i mutamenti del sogno in cui ci si figura di trovarsi), Psicodramma (recitar l'uno la parte dell'altro) e Scene in contemporanea (qui un gruppo, lì un altro, in competizione per attrarre a sé il pubblico che deambula per l'ambulacro).

Dopo l'intervallo, per tutto il resto della serata ci si è dedicati a improvvisare una riduzione dell'Amleto di Shakespeare, in una dozzina di scene, con facoltà per ciascun attore d'interpretare diverse parti, e per ciascuna parte d'essere interpretata da diversi attori. Scene: (1) Orazio e le guardie avvistano lo spettro; (2) si festeggiano le nozze, Amleto monologa, Orazio sopraggiunge e lo informa delle apparizioni; (3) incontro tra Amleto e lo spettro, in stile Don Giovanni di Mozart; (4) visita silenziosa di Amleto, stravolto, a Ofelia che cuce; (5) Polonio espone la sua teoria sulla pazzia del principe a re e regina, che quindi incaricano Rosencrantz e Guildenstern di raccogliere informazioni; (6) dialogo di Rosencrantz e Guildenstern con Amleto, arrivo degli attori girovaghi, recita del brano su Ecuba, monologo di Amleto; (7) pantomima dell'Assassinio di Gonzago, interrotta dal re sconvolto; (8) il re è in preghiera, Amleto prende la mira per sparargli ma ci ripensa; (9) nella stanza della regina lei attende Amleto, Polonio si nasconde dietro un paravento, Amleto aggredisce la regina, Polonio grida aiuto, Amleto gli spara credendolo il re, quindi svela alla regina che il di lei primo marito fu ucciso dal secondo; (10) Ofelia pazza; (11) funerali di Ofelia, con Laerte che litiga col prete quindi si getta nella fossa, seguìto da Amleto ricomparso all'improvviso; (12) duello di Amleto e Laerte, uccisione del re con vari colpi di pistola e morte degli altri per veleno, salvo Orazio, che fa l'epilogo.

A lezione conclusa, essendo l'82° anniversario della nascita del padre di Marco, Ferdinando Palasciano (1929-1995), i partecipanti al laboratorio hanno ricevuto in dono (capendo finalmente il senso di tutto quel girare intorno alle armi da fuoco, fin dal titolo della lezione) una copia ciascuno del suo unico libro edito in vita: Il manuale del tiratore di pistola.


La lezione n. 11, Alla base di tutto non c'è il Nulla ma il Tutto. Dall'estasi razionale alla religione giocattolo, si terrà domenica 11 dicembre alle ore 21.30 a Palazzo Lanza (Capua, corso Gran Priorato di Malta 25). Come sempre, gratis.

30 novembre 2011

Laboratorio di teatro gratis

Comunicato stampa su Il mirino di Amleto, decima lezione-spettacolo di De natura mundi. Vi preghiamo di copiarlo, incollarlo e pubblicarlo ovunque; e grati vi saremo, in eterno e all'estremo.


Carmelo Bene in Amleto (da Shakespeare a Laforgue), 1974.


Giunge alla n. 10 delle sue dodici puntate a ingresso gratuito il seminario-spettacolo “De natura mundi. L’interpretazione del mondo in ottanta giorni”, a cura dell’Accademia Palasciania (in collaborazione con Associazione culturale Architempo, Cooperativa culturale Capuanova, Libreria Guida Capua e Librerie Uthòpia). Un viaggio straordinario tra scienza, filosofia, gioco e poesia con per guida Marco Palasciano («autentico genio delle parole e del pensiero», nella definizione del filosofo Franco Cuomo), che alterna le sue lezioni tra le sale di due dei piú prestigiosi palazzi di Capua.

Alle ore 21.30 di lunedí 5 dicembre, a Palazzo Fazio (via Seminario 10) si terrà “Il mirino di Amleto. Te lo do io il laboratorio teatrale (e filosofico)”. La sala si trasformerà in un’insolita bottega teatrale, metateatrale e metafisico-teatrale: per una sera le parole «interpretazione del mondo» assumeranno senso attoriale, e la lezione-spettacolo sarà piú spettacolo che lezione. Dall’improvvisazione alla drammaturgia, dallo psicodramma alla pulcinellata, da “Amleto” alla “Tempesta”, per un nuovo e piú appassionante «viaggio al fondo dell’anima» (come già è stato nella puntata n. 4) in forma di laboratorio alla «te lo do io» (come già nella n. 5). Tutti gli spettatori in cui nascerà la voglia di mettersi in gioco saranno coinvolti nella messinscena, tra zoo umano, scenografie sonore, tenzoni in rima, mimo, oi dialogoi, delirio, multiscene ed altro ancora. Infine riceveranno un libro in omaggio.

Dopo questa decima puntata, l’undicesima si terrà a Palazzo Lanza (corso Gran Priorato di Malta 25) domenica 11, e l’ultima a Palazzo Fazio lunedí 19 dicembre, sempre alle 21.30 (o al massimo 21.45). Si veda il programma completo in http://palasciania.splinder.com/post/25642034/.

[Commenti a «Umano, semiumano, disumano»]

#1  30 Novembre 2011 - 04:13
"di come il principio di causa-effetto, se pure non è illusorio (sulla sua presunta illusorietà vedi Hume), non può essere valido in tutta la realtà, una parte di essa dovendo necessariamente consistere in effetto privo di causa"

Ciao Marco, sono Antonio tuo assistente. Sarebbe interessante poter conoscere le fonti di queste coraggiose conclusioni scientifiche (scritte da te, tra l'altro, in una forma che lascia intendere si tratti di dati definitivi, da cui la mia forte curiosità per acquisirne le fonti): potresti fornircele? In particolare, mi premerebbe molto sapere quale sarebbe, proprio fisicamente, questa parte di realtà, sempre che di essa si tratti, che non obbedirebbe al principio fisico di causa-effetto. Come puoi vedere dall'ora, non ci dormo la notte. :-S

utente anonimo [Antonio]

#2  30 Novembre 2011 - 17:52
Assistente che assisti e non capisci, ma quali inutilissime fonti vuoi che ti cerchi, quando il concetto è di per sé talmente lampante alla ragione, e io già ve l'ho spiegato e rispiegato a dovere? Provo qui a rispiegartelo per l'ultima volta; poi, se rimane chiusa la tua mente, dovrò strapparti i gradi dalla divisa.

All'interno della parte di Realtà da noi conosciuta, ogni causa ha un effetto e ogni effetto ha una causa, per dirla simpliciter. Ma se consideriamo la Realtà nel suo complesso, incluse le parti a noi sconosciute, e quindi TUTTO (compresi passato e futuro d'ogni cosa), ovviamente non c'è NIENTE altro al di fuori di essa. E dunque, c'è almeno una parte della Realtà in cui non vige la meccanica di causa-effetto, sebbene tale parte sia causa delle altre parti, quelle dove la meccanica causa-effetto vige.

Te capì?
Utente: marcopalasciano Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. marcopalasciano

#3  30 Novembre 2011 - 18:07
Quanto poi a COSA diavolo sia questa parte sconosciuta della Realtà, altrettanto ovviamente io non posso darti una risposta «scientifica» come vorresti, dato che nessuno la conosce.

Al limite potrei darti una risposta «poetica»...
Utente: marcopalasciano Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. marcopalasciano

#4  30 Novembre 2011 - 22:41
Senza nessun intento offensivo alla tua intelligenza, per carità, non è che non ho intenzione di prendere in considerazione i tuoi ragionamenti, ma tenderei (logicamente) più a fidarmi di pareri un po' più autorevoli a riguardo: il tuo grado di autorevolezza in materia scientifica, ripeto, con tutto il rispetto del mondo, non so quanto possa essere affidabile, dato che non sei uno scienziato. Ecco perchè chiedevo l'acquisizione delle fonti alle quali credevo avessi attinto: invece mi pare di capire che l'unica fonte delle "coraggiose conclusioni scientifiche" (ripeto: scritte, tra l'altro, in una forma tale da lasciarne intendere il presunto carattere di definitività da parte della comunità scientifica internazionale, nel qual caso allora non vedo quale problema ci sarebbe da parte tua nel ricercare una fonte, anche se non ne hai usate tu personalmente, sufficientemente autorevole che confermi le tue affermazioni)  di cui parliamo sia soltanto tu. Benissimo, basta saperlo.

"All'interno della parte di Realtà da noi conosciuta, ogni causa ha un effetto e ogni effetto ha una causa, per dirla simpliciter. Ma se consideriamo la Realtà nel suo complesso, incluse le parti a noi sconosciute, e quindi TUTTO (compresi passato e futuro d'ogni cosa), ovviamente non c'è NIENTE altro al di fuori di essa. E dunque, c'è almeno una parte della Realtà in cui non vige la meccanica di causa-effetto, sebbene tale parte sia causa delle altre parti, quelle dove la meccanica causa-effetto vige."

"Realtà", per me, come tra l'altro sembri essere d'accordo pure tu in queste righe, è già sinonimo di "Tutto", quindi è ovvio che oltre non ci sia niente, proprio per il motivo che se già la Realtà è Tutto, non ha senso parlare di un "oltre" (cosa vuoi che ci sia "oltre" il "Tutto" se è già "Tutto"? perdona il gioco di parole). Ora, francamente, non capisco proprio quale sia il nesso logico che ti porta, da questa ovvia costatazione (cioè che parlare di "Realtà significa già di per sè parlare di "Tutto"), alla tutt'altro che ovvia conclusione che vi sia una parte di essa che non obbedisca al principio di causa-effetto. Ci sarebbero dunque, secondo te, due blocchi di Realtà distinti, fisicamente separati da una barriera? E in cosa consisterebbe questa barriera?
Francamente, con tutto il rispetto per le tue idee e i tuoi ragionamenti, preferisco credere (sottolineo "credere", non avere la certezza, come fai tu per le tue conclusioni), a meno di future dimostrazioni che mi smentiscano, che la Realtà sia un unico solo infinito blocco indivisibile in cui il principio causa-effetto sia immutabile in ogni suo punto, in quanto non ho ragione, almeno per ora, di credere il contrario.

utente anonimo [Antonio]

#5  30 Novembre 2011 - 23:29
Ma allora sei de coccio!!!... E va bene, facciamo finta che in tutta la Realtà viga la meccanica di causa-effetto. Allora qui rispondi a questa semplicissima questione: da cosa fu/è causata la Realtà?
Utente: marcopalasciano Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. marcopalasciano

#6  01 Dicembre 2011 - 01:46
Ah, per me, da niente. La Realtà, per me, non ha nessuna causa. E proprio per questo non la ritengo si possa definire un puro "effetto" (effetto di cosa?), dato che una causa non c'è. La realtà "è", per me il discorso, fino a dimostrazione contraria, termina qui.
Molti confondono il principio causa-effetto con la creazione (o, parimenti, con la distruzione) di materia dal nulla. Siccome in natura, a quanto ne so, non ancora pare si sia osservato nulla di simile (anche perchè concetti come il nulla, l'assenza totale di materia o di energia, il vuoto ideale, non esistono, ma esistono semmai, o sono riproducibili in laboratorio, luoghi con condizioni che approssimano bene ma non raggiungono e, credo, raggiungeranno mai tali situazioni che restano "ideali"), che oltretutto contraddirebbe i fondamentali principi di conservazione di massa, energia e quant'altro, non ho proprio nessuna ragione per credere che mai qualcosa sia stato creato, appunto, dal nulla, Realtà compresa. Ecco perchè, per ora, non ho nessun motivo per credere che la Realtà abbia una causa.

utente anonimo [Antonio]

#7  01 Dicembre 2011 - 16:44
Savi Lumi! son ore che sto a dire che la Realtà non ha nessuna causa fuor di sé, e tu mò arrivi a dire a me la stessa cosa?

Allora tutto il burdello era sulla parola «effetto»? ma che tte frega a tte se qqua per dire che una cosa non ha causa la si chiami una «cosa senza causa» o un «effetto senza causa»? è UGUALE!, salvo che la seconda delle due espressioni è più graziosa, in quanto paradossale.

Benedetto mio eromenos senza eros (altro grazioso paradosso), son settimane che meno e rimeno nelle mie lectiones sopra l'idea che il vero, per essere perfettamente illuminato, necessita d'una mescolanza di tre colori: linguaggio scientifico, filosofico e poetico; ma tu, ahimè, non mi sarai un daltonico linguistico?

O Muse, o alto ingegno, or l'aiutate!
Utente: marcopalasciano Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. marcopalasciano

#8  02 Dicembre 2011 - 01:20
"Savi Lumi! son ore che sto a dire che la Realtà non ha nessuna causa fuor di sé, e tu mò arrivi a dire a me la stessa cosa?"

Non esattamente: non hai per niente mai scritto che la Realtà non ha nessuna causa fuor di sè (al che non avrei avuto nulla da ridire), ma soltanto che una parte di essa consisterebbe in "effetto" (volendo anche tralasciare la mia personale opinione circa l'assoluta inappropriatezza del termine, in luogo del quale ne ricercherei un altro che non abbia correlazioni col concetto di "causa") privo di causa. "Una parte di essa" non è tutta la Realtà, ne convieni?  E per poter affermare che solo una parte di Realtà non obbedirebbe al principio di causalità, temo che occorrerebbe dimostrarlo.

utente anonimo [Antonio]

#9  03 Dicembre 2011 - 16:11
Tra poco inizierò con le ghiastemme: ma allora sei di stracoccio!!! non devo dimostrare proprio un piffero, perché è di per sé straevidente che una parte della Realtà funziona in base alla meccanica di causa-effetto (infatti se io ti do una martellata sul cranio ciò sarà causa di tuo intenso dolore), e che invece un'altra parte non ha avuto causa (infatti la Realtà c'è). Tale parte non è altro che la causa del resto; puoi identificarla, se ti va, con il Big Bang, o con Dio, o col diavolo che ti pare, ma in ogni caso c'è stata e/o c'è, altrimenti non ci sarebbe il resto. Amen.
Utente: marcopalasciano Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. marcopalasciano

#10  04 Dicembre 2011 - 13:59
"e che invece un'altra parte non ha avuto causa"

Mi dispiace Marco, ma temo che non possono esistere "parti" di realtà prive di causa (o almeno fino ad ora in natura mai è stato osservato qualcosa del genere). Dunque, se lo affermi, devi dimostrarlo, chè non è affatto di per sè evidente (per quale motivo sarebbe così evidente non è dato saperlo, lo stai affermando e dando per scontato senza argomentazioni scientifiche solo tu), almeno scientificamente. Ma a maggior ragione, se è davvero così evidente , non dovresti avere troppe difficoltà a spiegare con serie considerazioni scientifiche la questione, invece di filosoficchiare a vuoto. O no?


utente anonimo [Antonio]

#11  04 Dicembre 2011 - 21:21
Mi dispiace Antonio, ma temo che tu ti sia completamente rimbecillito. Infatti, prima hai detto che la Realtà è priva di causa, e ora dici che non esiste alcunché privo di causa. Cazzi bardazzi!
Utente: marcopalasciano Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. marcopalasciano

#12  05 Dicembre 2011 - 01:49
Palasciano disattento e, spero ingenuamente, bugiardo: dove ho mai scritto che non esisterebbe alcunchè privo di causa? Mi citeresti testualmente il passaggio, di grazia?
Ho scritto, semmai, che non vi possono essere "parti" di realtà prive di causa, il che non equivale a dire "alcunchè" come vorresti. Infatti, considerare tutta la Realtà, che è infinita e non ha causa, è un conto; diverso è considerarne solo delle "parti": queste non possono non avere una causa, diversamente da quanto affermi tu ("una parte di essa [la Realtà] dovendo necessariamente consistere in effetto privo di causa", oppure ancora "e che invece un'altra parte [sempre di Realtà] non ha avuto causa"), senza oltretutto dimostrarlo.

Il succo della nostra diatriba è questo: io dico che l'unica cosa a non avere una causa è TUTTA la Realtà, nel suo complesso, tu invece dici che soltanto una parte di essa, e NON tutta, non avrebbe una causa. Benissimo, vorrei tanto darti ragione, ma allora dovresti dirci quale sarebbe questa parte di Realtà, e soprattutto cosa significa che non avrebbe avuto una causa. Per caso, intendi mica che sarebbe venuta fuori dal nulla? E questo implicherebbe, oltre che una contraddizione coi principi di conservazione, anche la complicazione di dover ulteriormente dimostrare l'esistenza del nulla. :-S

utente anonimo [Antonio]

#13  06 Dicembre 2011 - 02:21
Ahimè: chi scriva «dove ho mai scritto che non esisterebbe alcunchè privo di causa?», e poche righe dopo scriva che «a non avere una causa è TUTTA la Realtà», ebbene, o ha qualche problema con la logica, o ha qualche problema con la lingua italiana. Per il resto, è ormai chiaro che hai confuso il non avere una causa con il non avere in sé vigente la meccanica di causa-effetto; or dunque disconfondi i due concetti, rileggi i detti miei, e vedrai quanto sono splendidamente nella ragione, e sempre vi fui; e pur tu vi sarai, s'ivi me segui. Baci disperati.
Utente: marcopalasciano Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. marcopalasciano

#14  06 Dicembre 2011 - 04:22
Avendo premesso che per Realtà, presa nel sua totalità, intendo un unico infinito blocco indivisibile in cui vige il principio di causalità in ogni sua parte, ritengo che tale blocco, ripeto, INFINITO, considerato, ripeto, NELLA SUA TOTALITA', non abbia una causa, essendo appunto infinito. Diverso è invece considerare solo delle sue singole parti, o addirittura una sola come fai tu, le quali non possono non avere una causa non essendo di per sè esse TUTTA la realtà nel suo complesso ma bensì soltanto sue porzioni. Mi spiegheresti dove sarebbe la contraddizione logica in questo ragionamento?

Cercherò di spiegarmi ancora meglio con un semplice esempio molto semplificativo: se vogliamo, possiamo paragonare la Realtà all'insieme infinito dei numeri interi, vale a dire all'insieme infinito che comprende a sua volta i due insiemi infiniti dei numeri naturali (cioè lo zero e gli interi positivi) e degli interi negativi. Volendo riprodurre il principio di causalità, potremmo identificarlo col fatto che ogni numero di tale insieme è la causa di quello successivo attraverso la legge n=n+1, dove n è appunto un qualsiasi intero. Ebbene, è indubbiamente vero che tale legge è valida per ogni n, ma considerando TUTTO l'infinito contenitore dei numeri interi, nel suo complesso, parlare di tale legge non ha più neanche molto senso, ed è esattamente lo stesso ragionamento che faccio io con la Realtà. Essa è infinita, presa nel suo complesso non può avere causa, non avendo confini che la delimitino. La causa ce l'hanno solo le sue singole parti, ma la Realtà tutta, considerata nel suo complesso, come un contenitore senza confini, non può avere causa e dunque essere effetto di niente; viceversa la causalità è evidente invece per ogni sua porzione. Tu affermi invece che almeno una di queste porzioni (e NON l'insieme infinito di tutte le porzioni, cioè la Realtà stessa) non avrebbe causa: ma benedettiddio, ci vuoi dire quale sarebbe questa porzione?

utente anonimo [Antonio]

#15  06 Dicembre 2011 - 20:31
Ecco, appunto: se vuoi paragonare la Realtà alla serie dei numeri naturali, che partono da zero e "arrivano" a infinito, la meccanica di causa-effetto sarebbe la legge del +1; ma allora, non essendoci niente prima dello 0, vedresti che per lo 0 quella legge non vale. E così come nella serie di numeri naturali lo 0, pur facendone parte, non è soggetto alla legge del +1, nella Realtà c'è qualcosa che, pur facendone parte, non è soggetto alla meccanica di causa-effetto. Soddisfetto?
Utente: marcopalasciano Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. marcopalasciano

#16  07 Dicembre 2011 - 00:43
Marchitelli, perchè distorci i discorsi degli altri a tuo uso e consumo? Io ho paragonato la Realtà alla serie dei numeri interi, non dei numeri naturali,  i quali rappresentano solo la metà positiva degli interi, più lo zero. I numeri interi vanno da meno infinito a più infinito, non c'è un punto di inizio. Sei te che vuoi a tutti costi ci sia un punto di inizio, un principio. Come puoi notare, per la serie degli interi il principio di causalità -che abbiamo assunto come la legge secondo la quale, dato un intero n, esso rappresenterebbe la causa del suo successivo n+1 (ma invero potremmo usare una legge algebrica qualsiasi)- è valido in ogni suo punto, cioè per ogni n, negativo, neutro o positivo che sia. Viceversa, il principio non è valido se invece di prendere una sola porzione n,  prendiamo in considerazione TUTTO l'insieme degli n, nel complesso, il quale essendo infinito, non ha un principio, non ha cause e dunque non è "effetto" di niente. C'è e basta. Come la Realtà.

utente anonimo [Antonio]

#17  07 Dicembre 2011 - 02:33
E io lo sapevo che tiravi in ballo il meno infinito! Antonelli, perché sei così prevedibile? così meccanico? così causa-effetto? che tedio! quasi, che odio! No, mai odiarti potrei. Ma avevo intanto, è ovvio, già pronta la risposta: «Ti rendi conto o no che la Realtà è una cosa e che l'astrazione matematica è un'altra? per la strada tu puoi incontrare un gruppo di tre persone, ma certo non incontrerai mai un gruppo di meno tre persone»...

In ogni caso, perdonami ma non posso più né più voglio perder tempo (anche se il tempo non esiste) a continuare questa sterilissima disputa; riparliamone, semmai, quando sarai completamente uscito dall'adolescenza, la quale è (ma finchè uno ci è dentro non può accorgersene) una lente che storce la visione. Davvero, basta con queste cose pedanti; son poeta, e ne soffro; abbi pietà. Ad maiora, ad pulchriora.
Utente: marcopalasciano Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. marcopalasciano

#18  07 Dicembre 2011 - 03:34
Come avevo già premesso, l'esempio dell'insieme degli interi è puramente semplificativo. Non c'entra molto il fatto che a sinistra dello zero ci siano numeri negativi, anzi se proprio ti dà fastidio questa simbologia puoi comodamente sostituire tutti i numeri, sia positivi che negativi, con altri simboli, per esempio delle lettere, la cosa importante è che siano in quantità infinita. Esattamente come è infinita la quanità di regressi causa-effetto della Realtà, diversamente da quanto pensi tu.

Comunque, mi era nota la tua spiccata inclinazione per il monologo, tuttavia non credevo fossi così allergico al dialogo! :-S Percui, da buon adolescente, ne prendo atto e mi taccio. Peccato,  perchè trattavasi di argomenti, almeno per me, estremamente interessanti.

utente anonimo [Antonio]

#19  07 Dicembre 2011 - 13:31
«la cosa importante è che siano in quantità infinita»: peccato che questo dogma sia solo nella tua testa. Difatti, la parte di Realtà che conosciamo - e cioè quella soggetta alla meccanica di causa-effetto - non solo ha avuto un inizio, con un volgarissimo Big Bang, ma è destinata, a quanto pare, a finire, e anche piuttosto miseramente: le galassie si disperderanno, il gelo crescerà, le stelle si spegneranno, gli atomi si disfaranno, le particelle e le onde svaniranno, non rimarrà più nulla.

(Questo lo dice la scienza, quella scienza che tu tanto ami, e che consideri l'unica sacra fonte di verità... fregandotene del fatto che gli scienziati stessi ammettono che la scienza da sola non basta a conoscere il mondo, e che dire che essa basti non è scientifico!)

Fortunatamente c'è un'altra parte di Realtà, che non conosciamo, in cui alberga il principio eterno dell'Essere - non soggetto alla meccanica di causa-effetto.

(Questo non lo dice la scienza, ma la filosofia, e in ispecifico le filosofie come la mia. Ma tu, come sappiamo, dici che la filosofia è una pura stronzata: a questo punto statti con la tua fredda e morta scienza... no, non scienza, scusate, ma scientismo... e buona notte.)
Utente: marcopalasciano Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. marcopalasciano

#20  07 Dicembre 2011 - 14:19
"«la cosa importante è che siano in quantità infinita»: peccato che questo dogma sia solo nella tua testa. Difatti, la parte di Realtà che conosciamo - e cioè quella soggetta alla meccanica di causa-effetto - non solo ha avuto un inizio, con un volgarissimo Big Bang, ma è destinata, a quanto pare, a finire, e anche piuttosto miseramente: le galassie si disperderanno, il gelo crescerà, le stelle si spegneranno, gli atomi si disfaranno, le particelle e le onde svaniranno, non rimarrà più nulla."

La teoria del Big Bang, lungi dall'essere oltretutto completamente definita (i primissimi infinitesimi istanti non sono ancora stati indagati), tuttavia, descrive il comportamento di un Universo (il nostro) a partire da un punto: ma che quel punto sia il principio di tutto, escludendo che prima ci fosse il nulla, è soltanto, tanto per farti il verso, un dogma che alberga nella tua testa. Per esempio, tanto per cominciare, potresti leggerti questo articolo tratto da Le Scienze:

http://www.lescienze.it/news/2010/11/24/news/l_universo_prima_del_big_bang-553900/

E ne ricordo un'altro ancor più bello e dettagliato uscito uno o due numeri fa sempre in Le Scienze. Lo (ri)cercherò.

Fidati Marco, gli è che stai un po' indietro coi passi della Scienza, tutto preso dalle inutilità filosofiche. :-S

utente anonimo [Antonio]

#21  07 Dicembre 2011 - 18:32
Pardon, intendevo dire "escludendo che prima ci fosse qualcosa" (anzichè il nulla), e "un altro ancor più bello ecc." (anzichè un'altro con l'apostrofo :-O)

utente anonimo [Antonio]

#22  07 Dicembre 2011 - 20:50
Ma guarda che, credendo di darmi torto, mi hai dato ragione: infatti prima del Big Bang, se fu uno, o del primo di vari Big Bangs, se fur vari (dire «prima» è inesatto, perché il tempo non c'era [e forse non c'è neanche adesso], ma pazienza...), non c'era certo il nulla, bensì puramente il principio eterno dell'Essere; questo, non altro, è quello che io credo (e che tu, per tua ebefrenia, non credi). Come puoi affermare che io affermi che alla base di tutto ci sia il nulla, visto il titolo della prossima puntata del mio seminario? non ci hai fatto caso? eppure è scritto nel programma da ormai quasi tre mesi: Alla base di tutto non c'è il Nulla ma il Tutto.
Utente: marcopalasciano Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. marcopalasciano

#23  08 Dicembre 2011 - 00:09
Temo vi siate infilati in una selva di affermazioni indecidibili.

Qui si considera la posizione di chi afferma che 1) la realtà è causalità; 2) la realtà come tale, in quanto causalità, è causa di sé stessa, dunque non ha causa. Ciò vuol dire che o la causalità non è reale, o che la realtà non è causalità. In altre parole, un esempio molto lambiccato e contorto di applicazione dei teoremi di incompletezza, in cui entrambi i contendenti affermano il vero e il falso contemporaneamente, e non ne verranno mai a capo...

DV


utente anonimo [Daniele Ventre]

#24  08 Dicembre 2011 - 00:24
Insomma, prima dici che la Realtà non solo ha avuto un inizio col Big Bang (e non è vero), ma è destinata pure a finire miseramente (e non è altrettanto vero), e ora ti rimangi tutto. Mah, deciditi!

Poi: "Prima del primo di vari Big Bangs", è un'affermazione che va dimostrata per poter essere proferita, perchè secondo le nuove teorie non vi sarebbe un primo Big Bang seguito da infiniti altri, ma infiniti Big Bangs (o, secondo un'altra teoria ancora, collisioni, non esplosioni, ma la sostanza non cambia) che da sempre si susseguono in maniera ciclica nell'eternità. Torniamo dunque al punto di partenza: se hai l'ardire di affermare che v'è stato un primo Big Bang: devi dimostrarlo! Perchè sei inchiodato al dogma infantile di un principio primo causa di tutto il resto? Tanto vale che diventi cristiano e cominci a credere in Dio creatore del cielo e della terra e di tutte le cose ecc.. :-S
Senza contare poi l'assoluta inappropriatezza di anacronistiche considerazioni filosofiche in un contesto altamente scientifico quale è quello che stiamo trattando: in cosa consisterebbe, da un punto di vista scientifico, questo "principio dell'Essere" che precederebbe il primo dei vari Big Bangs, volendo anche tralasciare il fatto che un primo Big Bang, stando alle nuove teorie, non vi fu manco per niente? Perchè hai bisogno di ricorrere alla fantasia, alla stregua dei peggiori fanatici religiosi, per spiegare la Realtà, quando l'unica Maestra fonte di vera conoscenza in grado di spiegare come essa funzioni è la Scienza? Tutto il massimo e dovuto rispetto per la fantasia, nobilissimo mezzo artistico, letterario e filosofico, ma che rimanga al suo dannatissimo posto! :-D

utente anonimo [Antonio]

#25  08 Dicembre 2011 - 00:30
PS: mentre scrivevo è intervenuto, immagino, Daniele Ventre, che approfitto per salutare cordialmente. Rileggo l'intervento e se avrò qualcosa da dire, lo dirò.

utente anonimo [Antonio]

#26  08 Dicembre 2011 - 00:54
Caro Daniele, come ben saprai, una ipotesi, una congettura, anche una semplice affermazione, è indecidibile quando, contemporaneamente: 1) è indimostrabile: quando cioè è impossibile dimostrare che sia vera; 2) è irrefutabile: quando cioè è impossibile dimostrare che sia falsa. Un esempio concreto di congettura indecidibile è la famosa ipotesi del continuo formulata da Cantor,  la cui indecidibilità fu dimostrata  nel Novecento mi pare dal logico Paul Cohen (vado a memoria da alcune lezioni di logica di Odifreddi).
Ora, io non credo di aver mai affermato niente di indimostrabile, nè di irrefutabile, quantomeno consciamente: mi sono limitato a riportare quelle che sono le più attuali posizioni teorico-scientifiche riguardo alle origini, se mai vi furono, della Realtà. Se qualcosa vi è di indimostrabile o di irrefutabile in ciò, sarà in ogni caso la Scienza stessa a stabilirlo. Ma mai mi permetterei di ricorrere alla fantasia o a concetti che scientificamente non stanno nè in cielo nè in terra per spiegare la Realtà.

utente anonimo [Antonio]

#27  08 Dicembre 2011 - 02:22
Ora veramente basta; il buon Ventre, tra qui e altrove, mi ha fatto ben capire quanto sia inutile tutta questa disputa, per complesse ragioni che sarebbe qui noiosissimo tentare di riassumere, quindi facciamo finta che semplicemente io mi sia espresso male e Antonio abbia inteso peggio.

Quanto a te, che più che ad assistente ti atteggi a serpe in seno, ma non ti accorgi di quanto risulti imbarazzantemente saccente ai nostri lettori? «assoluta inappropriatezza di anacronistiche considerazioni filosofiche in un contesto altamente scientifico»: ma da dove ti escono queste amenità distruttive? ma chi pensi di essere, la reincarnazione di Galilei? ma quale contesto altamente scientifico, se non sei uno scienziato e non hai neanche un briciolo di umiltà scientifica, tu, senza contare che la scienza di oggi sta a quella di domani come il flogisto sta alla termodinamica? ma quali anacronistiche considerazioni, se non hai manco capito il mio pensiero, che almeno rispetto al tuo sta avanti di diecimila anni? e come osi definirmi, addirittura, «inchiodato a un dogma infantile»? quel cosiddetto dogma, a parte che l'hai mal inteso (soprattutto perché non vuoi intendere), è infantile solo nel tuo giudizio: un giudizio quello sì veramente infantile, nella sua irritante ostinazione a sentenziare che «l'unica Maestra fonte di vera conoscenza in grado di spiegare come funzioni la realtà è la Scienza», quando gli scienziati veri (cosa che tu non sei e non sarai mai) dichiarano essi stessi che la scienza non è la sola forma di conoscenza valida: l'ho già detto, e ripetuto, e tu manco per il cazzo! niente! non vuole entrarti nella testa! mi viene da urlarti «Imbecille...» ma devo trattenermi, poiché il mio amore per te è grande e dopo starei molto male; ciononostante, credo che adesso andrò a prendere a bastonate un cuscino con una mazza, figurandomi che sei tu, poiché devo pur sfogarmi in qualche modo.
Utente: marcopalasciano Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. marcopalasciano

#28  08 Dicembre 2011 - 03:16
Premessa: non sono molto abituato a rendere conto delle offese rivoltemi: le ritengo soltanto sterili provocazioni, e in quanto tali sono solito ignorarle.
Se, viceversa, si vuole entrare nel merito delle questioni in gioco, bene, e allora sarò anche disposto a continuare un sano e costruttivo dibattito. Altrimenti mi vedrò costretto a rinunciarvi.

Tornando in tema: Scienza e filosofia hanno convissuto nello stesso letto per molto tempo, in tempi remoti si può dire quasi addirittura che eran la stessa cosa, ma con il graduale e secolare processo di specializzazione e settorializzazione delle scienze, credo che oggi sia del tutto inammissibile cercare di incastonarvici ancora per forza concetti filosofici vecchi come il mondo. In questo senso parlavo di anacronismo di certe espressioni filosofiche applicate in un contesto scientifico. Ritengo che la Scienza sia ormai un organismo finalmente adulto in grado di badare benissimo autonomamente a se stessa, facendosi quotidianamente domande e dandosi altrettanto quotidianamente e soprattutto, ribadisco, autonomamente delle risposte. Ciò che non è oggi ancora possibile spiegare scientificamente, se si vuole rimanere coi piedi ancorati a terra, non può essere spiegato che dalla Scienza stessa in futuro e da nient'altro, tantomeno che dalla filosofia (infatti, se la filosofia spiegasse qualcosa di reale, allora cesserebbe di essere tale e diventerebbe scienza a tutti gli effetti, esattamente quello che poi è avvenuto nel corso dei secoli).

utente anonimo [Antonio]

#29  08 Dicembre 2011 - 04:41
Basta; i tuoi sono puri pregiudizi; e, su chi ha offeso chi, non rivoltare la frittata. Ma guardàtelo! scrive «Scienza» con la maiuscola e «filosofia» con la minuscola, apposta! che provocatore di basso livello! ma vattene a spalare gli effetti!
Utente: marcopalasciano Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. marcopalasciano

#30  08 Dicembre 2011 - 13:45
Certo che scrivo filosofia con la minuscola, e non è certo per provocare come credi tu: semplicemente, come sai, non riesco ad avere alcuna considerazione e alcun rispetto per qualcosa che pretenderebbe, talvolta, di sostituirsi alla Scienza, ma senza il rigore e la precisione della medesima. Un po' come religione, non riuscirei mai a scriverlo con la maiuscola. Stia al suo posto! e allora tornerò a scrivere filosofia con la maiuscola.

Comunque, mi rendo conto che non si vuole entrare nel merito di un bel niente (è stato di nuovo espresso un giudizio nei miei confronti senza giustificarlo). Hai ragione, basta così.

utente anonimo [Antonio]

#31  08 Dicembre 2011 - 14:21
Eh, no, no, troppo comodo; adesso tu contatta Sante, che è uno scienziato, e vedi un po' che cosa ti risponde. Ma già ti posso anticipar qualcosa: «Ci sono molte cose che la scienza non è in grado di trattare neanche in principio», ha appena detto in facebook. Con buona pace della tua, e requiescat, idolatria scientista.
Utente: marcopalasciano Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. marcopalasciano

#32  08 Dicembre 2011 - 14:43
Ma non lo metto in dubbio: ciò che io dico, è che se qualcosa non è spiegabile neppure dalla Scienza, allora non è spiegabile da nient'altro, men che meno che dalla filosofia, a meno di non volersi  accontentare della pura chiacchiera.

utente anonimo [Antonio]

#33  08 Dicembre 2011 - 15:14
L'affermazione «se qualcosa non è spiegabile neppure dalla scienza, allora non è spiegabile da nient'altro» è un'affermazione filosofica, non scientifica. Quindi sei in perfetta autocontraddizione: hai utilizzato una pratica di pensiero per dimostrare l'inutilità della pratica stessa. Meraviglioso.
Utente: marcopalasciano Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. marcopalasciano

#34  08 Dicembre 2011 - 17:46
Bah, a me pare, più che un'affermazione filosofica, molto più banalmente un mero dato di fatto, come tutti i dati di fatto puramente scientifici.  Altrimenti, dato che la Scienza si occupa di indagare e spiegare la Natura, la Realtà, dovrebbe saltar fuori qualche fenomeno naturale, che sarebbe possibile spiegare filosoficamente e non scientificamente. Ciò lo ritengo personalmente impossibile. Ma sono ben liete prove che mi smentiscano.

utente anonimo [Antonio]

#35  09 Dicembre 2011 - 00:09
No, non è per niente un «dato di fatto» (anche se hai ragione sul «banalmente»: il tuo scientismo è banalissimo; sia chiaro, non lo dico come offesa, ma solo come... dato di fatto).

E a proposito di «dati di fatto puramente scientifici»:

«Dire che la scienza si attiene solo ai dati di fatto significa dire semplicemente che la scienza considera reale solo ciò che si nelle modalità attese da quel fare operativo che è proprio delle sue ipotesi. Dire che la scienza è esatta significa dire che la scienza non si prende cura della verità (alétheia), ma solo di ciò che sortisce (es-) dalla sua attività (-atto). Come "teoria del reale" la scienza non contempla (theáomai) il reale, ma controlla se il reale osserva le ipotesi anticipate, se il reale corrisponde al trattamento a cui è stato sottoposto dalle ipotesi» (Umberto Galimberti, Il tramonto dell'occidente, p. 393).

Te capì? «la scienza non si prende cura della verità».

Della verità sai chi si prende cura? la filosofia!
Utente: marcopalasciano Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. marcopalasciano

#36  09 Dicembre 2011 - 02:49
Bene, applausi, bis. Adesso la Verità ce la facciamo raccontare dai filosofi (speriamo almeno di non affidarci a filosofi col vizietto del plagio, ogni riferimento ai Galimberti sopracitati è puramente casuale)!  E soprattutto, Marco, se dovesse percaso, ma facciamo tutti gli scongiuri del caso, balenarti per la testa il dubbio di avere un tumore al pancreas, mi raccomando, per sapere se è vero, prenota una bella visita dal tuo filosofo di fiducia. E occhio al rilascio della fattura: sai, alle volte, sti' filosofi...

utente anonimo [Antonio]

#37  09 Dicembre 2011 - 16:41
(Chi crede di metter nel sacco, con queste abusate battute? miralo il saputello dispettoso...)

Ovviamente i filosofi pure van dal medico, tant'è che giust'oggi t'ho mandato in farmacia (no, cari lettori, non a prender bende per fasciargli le piaghe delle mie mazzate...); ovviamente la medicina e le altre scienze e tecniche son ben riconosciute dai filosofi pure, e dai poeti, ecc., per il valore d'uso ch'ànno esse; ma ciò altrettanto ovviamente non toglie che il campo della conoscenza scientifica abbia i limiti che ha, per la natura stessa della scienza, e che piuttosto lo scopo di «elaborare una visione generale della realtà» (Enciclopedia universale Garzanti, p. 549) sia precisa competenza, per sua natura, di quella «ricerca dei fondamenti comuni del sapere nelle sue varie forme» (scienza inclusa) che è la filosofia. Se poi vai alla voce scienza, trovi tra l'altro scritto bello chiaro che «Poiché [...] le leggi [scientifiche] hanno forma di asserti universali, una loro verifica definitiva risulta irrealizzabile». Insomma: la scienza non è sufficiente, e la filosofia è necessaria. Per saperlo ti bastava sfogliare una qualsiasi enciclopediola da comodino.

Necessaria, ma non a tutti, certo. Ai contadini e alle bestiole loro, probabilmente, no. E qui concluderei, citandoti un de' massimi filosofi (M. Heidegger, Introduzione alla metafisica):

«È quanto mai giusto dire che la filosofia non serve a niente. L'errore è di credere che con questo ogni giudizio sulla filosofia sia concluso. In realtà resta da fare una piccola aggiunta sotto forma di domanda: se cioè, posto che noi non possiamo farcene nulla, non sia piuttosto la filosofia che in ultima analisi è in grado di fare qualcosa di noi, se appena ci impegniamo in essa».

Far di te, figliuol mio, a esempio, un uomo.
Utente: marcopalasciano Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. marcopalasciano

#38  09 Dicembre 2011 - 17:33
Che la Scienza abbia, per sua stessa natura, dei limiti, non lo metto nè l'ho mai messo in dubbio. Per poter comprendere a fondo la Realtà nella sua intima ed ultima essenza occorrerebbe uscire da essa e osservarla da una prospettiva che non implichi nessuna (neppure infinitesima) influenza sulla medesima. Questo è impossibile per la Scienza, figuriamoci poi per quella branca dell'Umanistica che è la filosofia. Però la scienza ha le capacità di avvicinarvisi, col suo rigore, col suo ordine,  con la sua precisione, coi suoi metodi, coi suoi sempre più accurati strumenti di indagine e soprattutto con la sua estrema logica e coerenza interne. Viceversa, non mi pare che queste siano in genere le "armi" in dotazione della filosofia, anzi in parecchi casi proprio i loro opposti, ma tengo a ripetere che, seppure la filosofia adottasse i criteri e gli strumenti comunemente utilizzati dalla Scienza per il raggiungimento dei suoi fini, allora cesserebbe all'istante di essere filosofia e sarebbe da considerarsi a tutti gli effetti Scienza (che, diciamocelo, non è poi motivo di nessuna vergogna, come invece, non si capisce bene perchè, voglia fare intendere tu; anzi, dal mio punto di vista è il massimo di ogni "vanto" possibile).

Quanto a tutte quelle difinizioni citate da te lì: mah, francamente non so cosa farmene. Si limitano banalmente ad affermare cosa sia la filosofia, ma senza dire come essa operi per il raggiungimento dei suoi fini. Insomma, tanto, troppo fumo e niente arrosto. :-S

utente anonimo [Antonio]

#39  09 Dicembre 2011 - 19:57
Quanto ranno e sapone che ho sprecato,
a lavare la testa al mio assistente!
alla fine non ha capito niente,
ché niente vuol capire: è ormai acclarato.
Utente: marcopalasciano Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. marcopalasciano

#40  10 Dicembre 2011 - 02:19
No, seriamente, rileggendo qualche riga più sopra, riuscire anche solo ad immaginare che "precisa competenza" (sic) della filosofia sia quella  di "elaborare una visione generale della realtà" (ri-sic), fa un po' sorridere pensando che nel mondo vi sono -un po' come le religioni- tante filosofie quanti atomi in una mole di sostanza. Troppa confusione! :-S
Lasciamo questo ingrato compito alla Scienza, che quantomeno, coerentemente, si avvale a tale scopo, da sempre (e non, come le filosofie, i cui linguaggi cambiano in funzione delle mutevoli mode passeggere, se non addirittura proprio da filosofo a filosofo), di un linguaggio universale: quello matematico. Tutto il resto è vuoto chiacchiericcio. :-P

utente anonimo [Antonio]

#41  13 Dicembre 2011 - 18:35
:) Mi scrive il caro prof. Franco Cuomo (quello di cui trovi citata sui manifesti di De natura mundi la frasettina che mi definisce):


[...] Quello che [...] andrebbe spiegato al tuo giovane assistente, e tu potresti farlo con raffinato eclettismo, è che la sua idea di scienza come sola forma di conoscenza possibile è semplicemente una credenza, una mitologia, al pari dei racconti favolistici di qualsiasi epoca passata, o meglio ancora una ideologia.

Non c’è dubbio che la scienza contemporanea, sviluppatasi alla fine del Cinquecento attraverso il passaggio dell’alchimismo e del naturalismo rinascimentale, abbia, conseguentemente agli sviluppi della tecnica, fatto progressi giganteschi (quando dico questo penso in genere soprettutto alla medicina), ma rispetto alla concezione del mondo e dell’universo e dell’uomo e della sua origine potresti raccontargli che poco è stato fatto rispetto alle concezioni di Leucippo e di Democrito o rispetto a quelle di Bernardino Telesio o di Giordano Bruno, se non una innovazione dei modelli linguistici e/o matematico-fisici che hanno solamente cambiato gli scenari della rappresentazione, ma che non hanno modificato di granché quello che l’umanità su sé stessa conosce da sempre: le cosmogonie contemporanee non sono poi così diverse dai racconti mitici, e la fisica delle particelle non è poi così lontana dalla metafisica.

Sia chiaro! io non sono un avversatore della scienza e anzi sostengo che tutto l’apparato disciplinare a essa legato [...] dovrebbe essere meglio insegnato nelle scuole italiane, dove per molti decenni si è coltivato il culto della cultura umanistica, includendo in essa erroneamente anche la filosofia.

Quello che mi sforzo invece costantemente di denunciare è il modello di scienza come Weltanschauung, per il quale essa, la scienza, sarebbe l’unico approccio possibile alla conoscenza; e anzi dovresti sforzarti di fargli capire che se esistono due termini per definire due concetti apparatememente simili, ma in realtà diversissimi: scienza e conoscenza, un motivo certamente ci sarà.

[...] Per chi ti scrive, poi, la filosofia ha anche il compito di costruire un progetto politico di emancipazione [...]. Devi dire al tuo giovane assistente che la filosofia non ha niente a che fare con la scienza e che lui, se vuole, può coltivare l’amore e l’interesse per quest’ultima, ma che la filosofia aiuta a rispondere a certe domande che non portano a vuote o banali riflessioni astratte, ma importanti problemi di convivenza sociale del nostro tempo. È possibile una fondazione razionale del pensiero pratico? Esiste una morale razionalmente ‘vera’? Se sì, in che modo vi si può risalire dal momento che la storia non ci dà testimonianza di una sola norma universalmente accettata in tutte le società di Homo sapiens? E se no, come è possibile salvarsi dal nichilismo e dalla legge del più forte?

Insomma caro Marco, esiste ancora una necessità della filosofia ed esiste oggi più che mai e io e te lo sappiamo, purtroppo non lo sanno gli altri perché [...] quel linguaggio [...] si è incredibilmete degradato. L'essenza di questa crisi che stiamo vivendo tutti [nota: non si riferisce alla crisi economica] è quella di aver messo sullo stesso piano filosofia e discorsi da bar o in altre parole: sono in troppi a dire troppe cose e a dirle in maniera volutamente approssimativa, perché la gente non presta più attenzione alle parole. E infatti la caratteristica saliente di questa crisi è un crescendo di confusione [...].

Servirebbe invece qualcuno capace di ridare un ordine ai problemi ovvero di ristabilire il posto alto alla filosofia, e i filosofi ci sono. Dovresti consigliare al tuo giovane assistente di leggere Alain Badiou, per esempio, o Étienne Balibar e Alain Brossat, o Slavoj Zizek, ovvero pensatori che fanno partire le loro considerazioni filosofiche da ambiti diversissimi: il cinema, la psicoanalisi, la pratica dell’azione sociale.

Dovresti provocarlo e svegliarlo dall’imbesuimento che la scienza sia tutto, pensiero per altro anche un poco superato e non condiviso né dagli scienziati, né dagli epistemologi; se non ci riesci non so cosa altro suggerirti che non ti abbia suggerito.

Oppure digli solamente che la filosofia è un grande valore sempre e soprattutto oggi. Sarei tentato di dire che è più significativo e importante ora di quando ho cominciato a interessarmene io. I problemi sono cresciuti, il mondo si è reso più complesso e davanti alla sua comprensione le soluzioni semplici falliscono sempre, e ancora di più quelle mitologiche (come lui intende la sua scienza) [...].

[...] il richiamo e la considerazione del carattere plurimo dei problemi, dell'assenza di soluzioni facili, è una grande ricchezza data dalla filosofia; è una lezione grande che i classici ci dànno sempre, basta leggerli. Con le soluzioni facili, antifilosofiche per eccellenza, bisogna ricordare che il mondo rischia molto [...].

Da interfaceworld.blogspot.com
Utente: marcopalasciano Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. marcopalasciano