24 dicembre 2011

Serata di poesia a Palazzo Lanza, / se per Capua c'è ancora una speranza

Giovedì 29 dicembre, alle ore 21.00, a Palazzo Lanza (Capua, corso Gran Priorato di Malta 25), nella sala eventi della libreria Guida Capua si terrà l'Azione n. 7 di Letteratura Necessaria. Esistenze e resistenze, un progetto poetico che dal 29 ottobre sta cucendo l’Italia avanti e indietro: a Bologna si sono tenute l’Azione n. 0, n. 1 e n. 4; la n. 5 a Reggio Emilia, la n. 3 a Parma, la n. 2 a Milano; la n. 6 si è tenuta a Roma; per la n. 7 concorrevano Napoli, Caserta, Capua... e se ha stravinto quest'ultima, è stato puramente pel prestigio dell'Accademia Palasciania. Città ingrata, ringrazia!

Questa la lista completa, in ordine alfabetico, dei poeti in gioco (la prima, il quarto e l'ultimo già ben noti agli accademici palascianisti): Viola Amarelli, Enzo Campi, Jacopo Ninni, Marco Palasciano, Lucia Pinto, Daniele Ventre. Ingresso libero.


Manifesto sull'uscio ieri affisso:

22 dicembre 2011

«Il primo blog al mondo che ha per titoli / dei suoi post solamente endecasillabi!»

IL CAPODANNO DEL DUEMILANOVE

Inauguriamo col presente post il blog ufficiale dell'Accademia Palasciania. Accademia euristica, ma giammai eristica; né, figuriamoci, eucaristica!; e soprattutto, per nulla accademica. Di essa, a febbraio di quest'anno ricorrerà il 10° anniversario della fondazione; mentre a dicembre compirà 25 anni il diario, ormai di circa cinquecento tomi, di Marco Palasciano. Propiziatoria, dunque, valenza abbia hic et nunc aprire il blog con una citazione dal diario palascianesco di oggidì, 1° gennaio del 2009 [...]
Così s'inaugurava il nostro primo blog. Sono passati ormai quasi tre anni; e a breve palasciania.splinder.com non esisterà più, spazzato via dal vento della Fine di Splinder. Non resta a noi che ringraziar la vecchia piattaforma per averci finora sostenuti, e salutarla militarmente mentr'affonda nell'oceano tra versicolori esplosioni, trascinandosi appresso la torretta di trecentoquaranta post che là scrivemmo; e che abbiamo salvati fuori rete; e dei quali pazientemente qui ripubblicheremo i meno inutili da ripubblicare.

Videata di palasciania.splinder.com. Cliccare qui per ingrandire al massimo.

21 dicembre 2011

Fatti non foste a viver come bruti

S'è tenuta tra lunedì 19 e martedì 20 dicembre (ottantesimo giorno) a Palazzo Fazio, davanti a 15 spettatori, lunga circa due ore e mezza, la puntata La finestra sul paradiso: il mondo tra diecimila anni, n. 12 e ultima del seminario di Marco Palasciano De natura mundi. L'interpretazione del mondo in ottanta giorni.

La lezione, preceduta da un quiz a premi (vincitore Emiliano D'A.; premio un quaderno identico a quello del diario di Palasciano del 1°-10 dicembre 2010), per cominciare ha trattato di come le stelle non debbano simbolizzare ciò che è più in alto di noi, ma ciò che è altro da noi; dei testamenti spirituali; dell'eclettismo palascianiano; dell'importanza d'avere interessi culturali omnicomprensivi, e di come «Nel campo dell'osservazione la fortuna favorisce solo le menti preparate» (Louis Pasteur); della speranza nel futuro, mai da perdere, e di come l'attuale epoca non sia la peggiore (il male ha oggi solo una maggiore copertura mediatica) ma un'epoca di transizione, e anzi la migliore, finora, quanto a rispetto dei diritti umani (basti pensare che in antico neanche a Gesù venne in mente di criticare la pratica dello schiavismo); di come «Le azioni, anche se sono prive di effetto, non per questo risultano prive di significato» (George Orwell) e di come possano, in ogni caso, influire sul futuro più di quanto non si creda, grazie all'effetto farfalla; di come una giusta azione possa esser facile o difficile, e un'azione facile possa esser giusta o ingiusta, e l'animo vile scelga sempre la facile a prescindere da se sia giusta o ingiusta, e l'animo nobile scelga sempre la giusta a prescindere da se sia facile o difficile; di come occorre sempre tendere a grandi imprese, giacché chi tende a poco ottiene pochissimo.

E ancora: della cautela d'obbligo nell'indicare date, in futurologia; d'alcuni divertenti titoli (1975: occhi bianchi sul pianeta Terra, 1984, 1990: i guerrieri del Bronx, 1997: fuga da New York, Spazio 1999, 2000: la fine dell'uomo, 2001: Odissea nello spazio, 2010: l'anno del contatto); di quanto siano insignificanti tante questioni del presente, su cui tanto ci si accapiglia, se le si ponga a paragone con ciò che ne penserà la gente tra diecimila anni (per es., a nessuno importerà nulla dei politici italiani d'oggi, mentre tutti si ricorderanno benissimo di Dante); del trash; del Great Pacific Garbage Patch e altre isole d’immondizia, e dell'accelerazione dell’obsolescenza tecnologica; della politica come arte del compromesso (con la massa, con le multinazionali, con i poteri religiosi ecc.); della scienza corrotta dagli sponsor (vedi avallo alle centrali nucleari, agli inceneritori e simili); della scienza incorrotta (vedi per es. Marie Curie) rallentata dal non avere sponsor; di come le grandi strutture scientifico-tecnologiche operino scelte di tipo produttivistico a discapito della ricerca pura, e di come ogni giorno muoiano circa 35.000 persone per malattie non redditizie da curare per le multinazionali farmaceutiche; del fecondo sinergismo tra classicismo e futurismo; di come la lettura integrale di un'enciclopedia possa mostrare la predominanza delle azioni umane benefiche e meravigliose sulle malvage e squallide.

E ancora: del «ritorno di Astrea in astronave» (vedi lezione VI); delle tre tipologie base di futuri possibili: infernali, purgatoriali (simili al nostro presente), paradisiaci; delle città giardino; della necessità di abolire il denaro; di come solo il lavoro creativo nobiliti l'uomo, e di quanto sia alienante il lavoro alienato; della necessità di azzerare lo stress per un miglior estote parati; della necessità di rendere gratuiti tutti i beni e servizi vitali e culturali; della philia insita nel campo Cultura e comunicazione (vedi La Grande Ruota delle Umane Cose, lezione III); dell'insensatezza del nazionalismo, giacché le virtù che un popolo pretende d'esprimere esso solo appartengono in realtà all'umanità intera, idem le pecche che esso pretende siano espresse dai soli altri popoli; di come non esista nessuna «razza pura» (vedi per es. l'inesistenza del popolo ebraico secondo Shlomo Sand); di come i regimi nazionalisti distorcano e mitizzino il passato, facciano leva sull'ignoranza e avversino la cultura; della trista pretesa di Lyotard (La condition postmoderne, 1979) che debba cadere sempre più in disuso l'idea che l'acquisizione del sapere sia inscindibile dalla formazione dello spirito; del rapporto tra l'uomo e gli altri animali, e dell'errore degli animalisti da strapazzo nel considerare gli altri animali assolutamente migliori dell'uomo; di come la Ruota palascianiana possa applicarsi anche agli altri animali; della «seconda natura» secondo Aristotele; del dominare le passioni anziché lasciarsene dominare, del perdono ai nemici, del sacrificio eroico e del progresso umano; dell'ideale d'un mondo completamente simbiotico, della questione di come convincere gli animali carnivori a diventare erbivori, e dell’ingegneria genetica al servizio dell’etica come chiave possibile della nuova Età dell’Oro; del se l'evoluzione dell'uomo sia finita, come sostiene Steve Jones, o no; degli ambienti dei pianeti extrasolari colonizzati in futuro dall'uomo.

Nell'intervallo ci si è pasciuti d'un magnifico buffet di dolci praglioliani, centrale la torta «di stelle», allestito per festeggiare sia la conclusione di De natura mundi sia il XXVII anniversario della prima pagina del diario di Marco Palasciano (19 dicembre 1984). Intanto il Presidente della nostra Accademia, i due Vicepresidenti (Angelo Maisto e Margot Tafuri) e il Segretario (Domenico Callipo) hanno consegnato quattro diplomi: a Roberto Alvino per aver assistito a tutte le lezioni del seminario, ad Antonio Di Franco e ad Antonio Faenza per aver assistito a 10 lezioni su 12, e a Carolina Pragliola per essersi «in tale contesto distinta sopra tutti per l’eccellenza degli sforzi profusi nel servire la causa palascianiana». Di séguito riportiamo, a loro gloria, l'elenco completo dei tredici più assidui frequentatori di De natura mundi, da chi lo seguì tutto a chi ne seguì almeno 4 lezioni:


12. Roberto Alvino

10. Antonio Di Franco; Antonio Faenza

7. Oscar Geremia

6. Andrea De Angelis; Graziano Mottola;
Carolina Pragliola


5. Margot Tafuri

4. Domenico Callipo; Enrico Cardellino;
Emiliano D'Angelo; Angelo Maisto;
Matteo Mastantuoni

Il brindisi di mezzanotte è stato introdotto dalla declamazione palascianesca del peana dantesco ad Apollo (Paradiso I 13-36).

Nella seconda parte della lezione si è trattato, in merito al futuro prossimo, dell'impatto psicosociale relativo alla creazione di robot antropomorfi indistinguibili dagli esseri umani, e del conseguente divieto di crearne; dei criminali supertecnologici, imitatori dei villains dei fumetti, e in particolare i robottizzatori sadici (operatori d'una body art estrema: rapire persone e restituirle ai loro cari trasformate, per es., in grandi ragni meccanici dal volto di maschera piangente, con gli organi vitali estrusi e collegati al resto per tubi trasparenti in cui scorreranno i fluidi biologici, mentre in altri scorrerà olio di macchina); dell'epoca, finalmente votata al puro bene, dei robot non antropomorfi, a foggia di fiori levitanti, e di come l'affrancamento dal lavoro alienato renderà il mondo un paradiso; del dubbio dei fantascientisti d'antan che ciò possa indurre l'umanità all'ozio e portare la civiltà alla decadenza; di come, di contro, le vite esemplari di artisti e pensatori che non dovettero lavorare per vivere, e tuttavia di certo non oziarono, siano la dimostrazione che, anzi, la civiltà potrà avere un balzo in avanti; della vita esemplare di Marco Palasciano, la cui fanciullezza e adolescenza fu come abitare in un piccolo «Panopticon delle Wunderkammern» (vedi La Grande Ruota delle Umane Cose, lezione VI), e di come se nel futuro tutti fossero come lui il progresso spirituale supererebbe quello materiale; di alcune risorse tecnologiche ancora inesistenti: registratori di sogni, oggetti a stasi gravitazionale e ad azzeramento del moto inerziale, trovacose ecc.

E ancora: delle famiglie del futuro remoto, simili a quelle allargate della preistoria più paradisiaca; di come gli intralci che oggi si pongono alle coppie di fatto, all'omogenitorialità ecc. «saranno solo un patetico ricordo di un'epoca cretina»; di come, contando solo i legami affettivi, non avrà alcun valore aggiunto essere i genitori biologici (e si giudicheranno insensate le tiritere odierne delle madri o padri pentiti dell'abbandono che si presentano dopo una vita alla porta dei figli adottati da terzi e pretendono d'instaurare un rapporto); del grande senso di fratellanza diffuso nella società di quel futuro; di come l'educazione all'amore passerà anche attraverso giochi a scenario virtuale in cui l'amato muti momentaneamente forma, e di come in un futuro ancora più remoto, "tecnomagico", tali mutazioni potranno essere non virtuali ma reali; dell'amore e predisposizione dei futuri per le arti, e di come in alcune epoche più "barocche" il mondo sarà una sorta di immenso teatro musicale, tra continui canti e danze; dell'usanza, diffusa in alcune città del futuro, della «sinfonia del mattino», in polifonia spontanea; della riproduzione 1:1 dell'inferno dantesco ricavata da un asteroide, e analoghi ludo-monumenti all'arte e alla cultura.

E ancora: di come l'intelligenza genetico-autopoietica impedisca la vita eterna agli esseri il cui raggio d'azione sia un singolo pianeta, per evitarne il sovraffollamento, ma la consenta negli esseri la cui civiltà arrivi a farli diffondere nello spazio infinito; di come la saggezza superiore degli esseri evolutisi in un futuro remotissimo sia per noi pressoché inimmaginabile; della fine del sole tra cinque miliardi di anni, e di come nel frattempo la civiltà umana o postumana si sarà già diffusa in diversi altri sistemi stellari; dello stratagemma che, nel futuro prossimo, alcuni scienziati potrebbero mettere in atto per eliminare la malvagità dal mondo, sfruttando la suggestionabilità degli esseri umani e la potenza dell'umana fantasia (argomento d'una novella palascianiana in fieri, anzi... in fiori neri); del vero "peccato originale", cioè il meme del sacrificio dell'innocente, animale o umano che sia, perpetuatosi fin nel cristianesimo, del quale è addirittura a fondamento; della necessità di abbattere tutte le religioni, a partire dal cristianesimo che è la più diffusa, e sostituirle con la filosofia maieutica; di come la miserevolezza del progresso spirituale (al confronto del lussureggiare del progresso materiale) dell'epoca presente sia dovuta, secondo Albert Schweitzer e altri, al basare la spiritualità su credenze religiose anziché su una più profonda riflessione sulla reale essenza delle cose; di come proprio l'aprirci a una tale riflessione sia stato l'obiettivo del seminario-spettacolo De natura mundi; se il quale non v’è dispiaciuto affatto, vogliatecene bene, «ma se in vece fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s’è fatto apposta».

13 dicembre 2011

Il finale di «De natura mundi»

Comunicato stampa su La finestra sul paradiso, dodicesima e ultima lezione-spettacolo di De natura mundi. Vi preghiamo di copiarlo, incollarlo e pubblicarlo ovunque; e grati vi saremo, in eterno e all'estremo.


Giunge all’ultima delle sue dodici puntate a ingresso gratuito il seminario-spettacolo “De natura mundi. L’interpretazione del mondo in ottanta giorni”, a cura dell’Accademia Palasciania (in collaborazione con Associazione culturale Architempo, Cooperativa culturale Capuanova, Libreria Guida Capua e Librerie Uthòpia). Un viaggio straordinario tra scienza, filosofia, gioco e poesia, che avrà termine lunedí 19 dicembre a Palazzo Fazio (Capua, via Seminario 10), dove alle 21.30 si terrà la lezione “La finestra sul paradiso: il mondo tra diecimila anni”.

Le molte idee dispiegatesi nel corso delle puntate precedenti convergeranno qui – per il filtro d’un fascinoso connubio di umanesimo e fantascienza – in un’unica visione, un compendio di storia del miglior futuro possibile, una sorta di testamento spirituale di Marco Palasciano («autentico genio delle parole e del pensiero», nella definizione del filosofo Franco Cuomo). Quiz a premi, musica e momenti di laboratorio teatrale arricchiranno ulteriormente questo gran finale di una manifestazione culturale durata quasi tre mesi e che – a onta del pressoché totale disinteresse mostrato dai capuani – ha attratto spettatori anche da altre regioni, conquistandoli con la profondità dei temi trattati e con l’originalità del modo di trattarne, fino a fare apparire Capua come un vero e proprio faro del nuovo Rinascimento.

A coronamento del seminario saranno consegnati i diplomi dell’Accademia Palasciania e si celebrerà con una torta «di stelle» anche il 27° anniversario dell’incipit del Diario palascianiano, opera monumentale in via di conversione in enciclopedia. Il brindisi finale – accompagnato dal peana di Dante ad Apollo – si terrà dopo la mezzanotte, momento in cui si toccherà l’ottantesimo giorno dall’inizio di “De natura mundi”. Si concluderà cosí questo giro filosofico del mondo, di tutte le cui tappe si potrà leggere il resoconto in http://palasciania.splinder.com.

12 dicembre 2011

Monologo sui massimi sistemi

S'è tenuta domenica 11 dicembre tra Palazzo Lanza e la sede centrale dell'Accademia Palasciania (dovendo il primo a una cert'ora chiudere), davanti a 7 spettatori poi ridottisi a 4 per l'ora tarda, la lunga puntata Alla base di tutto non c'è il Nulla ma il Tutto. Dall'estasi razionale alla religione giocattolo, n. 11 del seminario di Marco Palasciano De natura mundi. L'interpretazione del mondo in ottanta giorni.

La lezione, preceduta da un quiz a premi (vincitore Roberto A.; premio un quaderno identico a quello del diario del 15-24 dicembre 2008 da cui Palasciano trasse Starobinski alle undici), per cominciare ha trattato del malvezzo pessimista di dir che «tutto è nulla», o «tutto è male», come in Giacomo Leopardi (vedi Zibaldone, 72 e 4174); quindi dell'inesistenza del nulla secondo la fisica contemporanea, delle fluttuazioni del vuoto, dell'eterno formarsi d'universi; degli infiniti maggiori e minori, e di come il numero degli eventi dei singoli universi proceda più rapidamente del numero di creazioni di universi simili al nostro, dal che deriva che ogni evento è unico e irripetibile; dei vari livelli di multiverso secondo Max Tegmark; di come l'ammettere a priori l'esistenza di tutti i mondi possibili sia «un'ontologia alquanto triviale» (Daniele Ventre); della teoria di Julian Barbour sull'inesistenza del tempo; della Possibilità Infinita, e della perfetta simmetria leggibile nello spazio infinitodimensionale della configurazione degli infiniti enti possibili, e di come a ciò si accenni in Starobinski alle undici di Palasciano (testo ad apertura del volume collettaneo Napoli per le strade, a cura di Massimiliano Palmese, Azimut, 2009); di come tutto sia determinato e al tempo stesso libero, se si consideri la realtà come una Platonia barbouriana e le coscienze come soggetti d'un percorso in essa; di come, in tal senso, la realtà starebbe alla vita come un cluster sta a una melodia; della spirale idealmente infinita degli armonici, e della loro orientabilità (analogizzando 1-3-5-7 allo schema nord-sud-est-ovest o a una sua variante per rotazione e/o speculazione); della sfera dei colori di Otto Runge, altro esempio d'infinitudine orientabile; di come tutto sia dicibile (vedi lezione VII), ma intendibile solo se gli interlocutori dispongano d'un comune repertorio assiomatico; di come, a esempio, il rosso sia un assioma (è inutile descriverlo, tanto più se a un cieco o a un protànope, come «sensazione cromatica corrispondente alle radiazioni elettromagnetiche la cui lunghezza d'onda sia compresa tra 630 e 670 nanometri»); del daltonismo linguistico, cioè per es. l'intendere solo il linguaggio scientifico e non il poetico; dell'estasi mistica come follia, ricordando la differenza tra follia (invalidante) e irrazionale (validante quanto il razionale); dell'estasi irrazionale, effetto di bellezza e amore; della felicità secondo Spinoza, del dominio delle passioni vili, del superamento dell’istinto di sopravvivenza; dell'estasi razionale, e in particolare di quella causata dal fronteggiare l’irriducibilità assoluta del mistero dell’essere a un qualsiasi tentativo di spiegazione fondata sulla meccanica di causa ed effetto.

E ancora: di come il puro essere semplicemente sia, senza necessità né volontà; di come, al sustanziarsi della materia ben regolata, l'essere assuma volontà e tenda alla complessità, quindi alla vita e alla sua evoluzione; della questione del telos; della sintropia di Fantappiè; della gamma dei modi d'inquadrare il fenomeno dell'evoluzione biologica, dalla necessità deterministica al disegno intelligente (reductiones ad absurdum, queste estreme due, di tutte le altre tesi); dell'autopoiesi; di come probabilmente, infine, l'evoluzione delle forme biologiche sia governata dalle loro stesse intelligenze inconsce, in continua sperimentazione euristica e apprendimento crescente; di come gli animali superiori siano caratterizzati dall'amore, e di come esso renda sopportabili i difetti del mondo e nel contempo stimoli a correggerlo, tanto che la vita stessa forse non sarebbe mai iniziata se non per la sintropica speranza nel futuro instaurarsi dell'amore universale; dell'ipotesi della futura organizzazione di tutta la materia dell'universo in un unico superorganismo, e di come  tale superorganismo successivamente si disgregherebbe come un mandàla, onde tutto ricomincerebbe da capo (vedi il Lila di Brahman); del dilemma del DNA artificiale, ovvero se basti la pura combinatoria a fare sbocciare lo spirito dalla materia; della tesi per cui la materia è già viva, ma non sa di esserlo finché non è organica, ovvero di come probabilmente abbiano un'anima anche le singole cellule, le molecole, gli atomi, le particelle; di come non tutte le anime siano coscienti; di come, benché ogni cellula dell'organismo umano abbia una propria anima, tale anima non sia tuttavia parte dell'anima umana.

E ancora: della tesi per cui la realtà sarebbe una sorta di immenso videogame, ovvero di sogno coerente, e il morire in esso corrisponderebbe al risvegliarsi nella sovrarealtà; di come dunque il cervello non sarebbe l'origine della coscienza, ma il suo filtro, e i nostri occhi sarebbero paraocchi; di come fuori della realtà materiale tornerebbe all'anima la consapevolezza di ciò che sovrarealmente essa è, cioè qualcosa di simile a un dio; di come, secondo tale teoria, le anime avrebbero il potere di mettere a fuoco o sfocare, come cambiando lente, la propria consapevolezza, così che essa all'interno del gioco sia miope, e fuori del gioco ritorni infinita; di come, in ogni caso, a chi vive sia negato conoscere il futuro, se non per calcoli probabilistici; di come i calcoli probabilistici inconsci, enormemente più precisi di quelli consci (dato che il cervello registra tutto, e tutto meccanicamente analizza, a insaputa della coscienza), siano la spiegazione più probabile delle cosiddette premonizioni e analoghi fenomeni; di come, se la realtà fosse davvero un gioco, non ci sarebbe dato di saper mai con certezza che essa lo è, o ciò lo guasterebbe; di come tuttavia, se si è bastantemente intelligenti, non si può non immaginare che la realtà sia un gioco, e di come l'immaginarlo sia utile all'intelletto per trarne forza per le azioni più grandi; di come poco ambiziose siano le azioni concepite da quegli animali che siano provvisti di minore complessità esistenziale, compresi gli uomini di cultura semplice; di come questi ultimi non necessitino di teoresi né di aletheia, e quanto a episteme possano accontentarsi del mito; dei «grandi sogni» (Freud); del perché un'anima potrebbe, talvolta, scegliere d'incarnarsi in una zanzara ecc.; di come, se la vita è un percorso solitario in Platonia, gli altri siano zombie fenomenici di Chalmers; di come ciò non sia, se tutte le anime sono coordinate a seguire un unico percorso, e di come quest'ultimo sarebbe determinato dalla media di tutte le volontà; di come, terza ipotesi, la vita sia un percorso solitario in Platonia ma gli altri esseri viventi non siano zombie fenomenici di Chalmers, poiché infiniti percorsi s'intreccerebbero e quindi in ciascuna persona che l'anima incontrerebbe potrebb'esserci a ogni istante (tempo di Planck) una diversa anima in transito; dell'atarassia post mortem.

E ancora: della questione se le anime siano tutte uguali o di diversi "colori"; della qualità composita della volontà degli esseri viventi; di come la chimica non sia l'origine delle emozioni, ma essa sia solo l'algoritmo che le evoca in base agli eventi; della preesistenza dell'eros ai corpi; della preesistenza dei colori e della musica agli apparati visivi cromatosensibili e agli apparati auditivi; della relativa semplicità del mistero dell’essere (stante la tesi della Possibilità Infinita), a petto del ben più ostico mistero dell’organizzarsi dell’infinito in determinate leggi e strutture; di come la procreazione non sia il telos dell'eros, così come fornir mele alla nostra tavola non è il telos del melo; di come le qualità spirituali della persona amata vivano anche in altre persone, e le differenze fisiche non siano che una maschera, e dietro la molteplicità degli uomini si celi l'essenza dell'uomo ecc., il che peraltro rende possibile l'amore universale; di come trovare consolatio perfetta alla propria morte nella considerazione del progresso umano e universale; della possibile morte dell'universo secondo la scienza attuale, e di come aggirare quest'estremo movente della disperazione con l'ausilio della consapevolezza dell'illusorietà del tempo, o nel senso barbouriano, o nel senso che «l'essere è eterno o non sarebbe mai stato» ("dogma" centrale del palascianesimo); della lirica filosofica giovanile di Palasciano Moto perpetuo (199o); della falsa dicotomia eterno/contingente, e della falsa dicotomia universale/personale; di come l'universo sia olografico, nel senso che ogni sua più piccola componente contiene interamente tutte le sue leggi, nonché tutta la potenza dell'essere; della «O come olos, O come Oneness, O come Ordine e filantropia»; dell'etica universale; dell'esercizio mentale del «mai contrattare con il Diavolo», ovvero mai considerare l'ipotesi di basare la propria felicità sulla sofferenza altrui; della filosofia gesuana, da non confondere con quella cristiana (vedi lezione VIII); della visione dell'altro come te stesso, e dell'idea di Bene come volontà di integrità delle potenzialità di ciascuno.

E ancora: della vanità della teodicea; di come il concetto di "Dio" non sia che la proiezione dell'insieme delle qualità positive degli esseri viventi portate idealmente al massimo grado di perfezione, e di come ciò possa identificarsi con lo stato a cui tende la parte più nobile della natura (esemplata dall'intelletto umano, dalla sua libertà e dalla sua volontà di migliorare il mondo, espressione della quale è la tecnica); dell'opportunità d'estendere il concetto di natura alla cultura; della ridefinizione della parte meccanica e vile della natura come default, in riferimento al suo analogo in informatica; di come «libertà necessitata» sia un ossimoro, ma non lo sia «volontà meccanica», data la natura composita della volontà; delle nostre reazioni meccaniche a situazioni esterne (paura, ira ecc.) e a situazioni interne (fame, fregola ecc.); del contrasto tra il desiderio di perfezione (di vita, di salute, d'amore, di gioia, di gioco e creazione, di conoscenza) e gli accidenti che lo frustrano (morte, malattie e incidenti, indifferenza e odio, noia e dolore, repressione e miseria, ignoranza e confusione); di come a livello basico (leggi fisiche) l'errore sia impossibile, «altrimenti si spacca l'universo», mentre a livello della vita è possibile (come elusione del desiderio di perfezione); della competizione tra specie, tra individui d'una medesima specie, tra impulsi in un medesimo individuo; delle due grandi domande «Esiste la libertà?» e «Perché esiste l'errore?», e dell'unica risposta ad ambedue: «Esiste l'errore perché esiste la libertà»; dell'umiltà scientifica; dell'ipotesi (simile a quella di Leibniz tanto irrisa da Voltaire) che questo sia il migliore dei mondi possibili, ancorché suscettibile d'errori, per la sua ricchezza in dramma; della preziosità massima dell'amore e della gioia, e loro sacralità; della dannosità delle religioni più diffuse, per il loro non considerare sacri gioia e amore (vedi sessuofobia cattolica ecc.) e considerare sacri, nel contempo, figure e valori falsi; dell'intreccio tra religione e politica, palese a es. nella "giustificazione" del sistema delle caste indù con la dottrina della metempsicosi karmica; della funzione della religione secondo Machiavelli; della pertinenza, secondo Giordano Bruno, della religione ai semplici e della filosofia agli intellettuali; della necessità odierna di fornire ai semplici una nuova religione, innocua, affinché essa soddisfi il loro bisogno fideistico senza apportare alla società i danni collaterali tipici delle religioni tradizionali, allo stesso modo in cui occorre saturare di iodio-127 la tiroide per impedirvi l'accesso dello iodio-131; delle religioni giocattolo, per es. la teoria della metempsicosi a zig zag, secondo la quale esisterebbe un'unica anima che fa il giro di tutti i corpi, reincarnandosi avanti e indietro nel tempo (idea utile a scoraggiare comportamenti eterodistruttivi, che s'intenderebbero autodistruttivi); delle religioni dal basso (per rivelazioni, false o folli, sulla cui molle base va costruendosi il rigido castello d'una teologia) e dall'alto (costruite a tavolino cercando di partire da fondamenti ragionevoli).


E ancora: dell'ontologia e cosmologia di tipo gnostico immaginata da Palasciano per esercizio [aggiornamento: e successivamente sconfessata del tutto], dove dalla Possibilità Infinita promanerebbe la totalità degli enti, istantanea ed eterna, divisibile (discrimine I) nelle categorie degli enti caotici e degli enti armonici; di come la categoria degli enti armonici si dividerebbe (discrimine II) in quelle delle forme e degli spiriti; di come gli spiriti si dividerebbero (III) in dormienti eterni e potenze; di come le potenze si dividerebbero (IV) in potenze limitate da forme (anime animali e vegetali, molecolari, atomiche ecc.) e potenze non limitate da forme; di come queste ultime potenze si dividerebbero (V) in caògeni (assemblatori di universi senza regole) e demiurghi (assemblatori di universi regolati); di come i demiurghi si dividerebbero (VI) in demiurghi di potenza finita (assemblatori di universi dalle leggi imperfette) e nell'unico demiurgo di potenza infinita (assemblatore dell'unico universo dalle leggi perfette, ed eventualmente cancellatore di tutti gli altri universi e di tutti gli enti caotici).

E ancora: di come la religione, non paga d'aver presa sui semplici, pretenda di conquistare anche gli intellettuali, occupando nel loro cuore il posto che spetta alla filosofia; di come siano nemici della filosofia sia la religione sia, all'estremo opposto, lo scientismo (cioè la pretesa, non scientifica, che la scienza sia l'unica forma valida di conoscenza); d'una recente disputa tra un poeta filosofo e un giovane scientista; di come lo scientismo sia filosofia, dunque la sua presa di posizione antifilosofica sia paradossale; di come la scienza «non si prende cura della verità» (Umberto Galimberti, Opere, I-III. Il tramonto dell'occidente nella lettura di Heidegger e Jaspers, Feltrinelli, 2005, pag. 393); di come il fine d'elaborare una visione generale della realtà sia proprio della filosofia, e non della scienza, e di come all'aletheia siano necessarie ambedue insieme con la poesia, e nessuna delle tre sia sufficiente da sola; della parabola palascianiana dei due cani (rappresentanti due religioni, o la religione e lo scientismo) litiganti per un boccone di carne finta; di come «il Dio personale non è altro, psicologicamente, che un padre innalzato» e la psicanalisi «ci pone ogni giorno sotto gli occhi i casi di giovani che perdono la fede religiosa appena vien meno in loro l’autorità paterna» (Sigmund Freud, Un ricordo d'infanzia di Leonardo da Vinci, 1910); della paura dell'abbandono; della sindrome di Stoccolma; del maturare; della maieutica; di come l'estirpazione della religione necessiti di gradualità e sottigliezza, il che spiega il fallimento della rozza politica antireligiosa dell'URSS e simili; di come occorra convertire i cristiani al pensiero autentico di Gesù, come fase di transizione al libero pensiero; di come occorra concentrarsi, in tal senso, soprattutto sui giovani, e lasciare tranquille le vecchiette; dell'Accademia Palasciania come scuola filosofica.
 


La lezione n. 12 e ultima, La finestra sul paradiso: il mondo tra diecimila anni, si terrà lunedì 19 dicembre alle ore 21.45 spaccate a Palazzo Fazio (Capua, via Seminario 10). Come sempre, gratis.

7 dicembre 2011

La lezione undicesima, attesissima

Comunicato stampa su Alla base di tutto non c'è il Nulla ma il Tutto, undicesima lezione-spettacolo di De natura mundi. Vi preghiamo di copiarlo, incollarlo e pubblicarlo ovunque; e grati vi saremo, in eterno e all'estremo.


Giunge alla penultima delle sue dodici puntate a ingresso gratuito il seminario-spettacolo “De natura mundi. L’interpretazione del mondo in ottanta giorni”, a cura dell’Accademia Palasciania (in collaborazione con Associazione culturale Architempo, Cooperativa culturale Capuanova, Libreria Guida Capua e Librerie Uthòpia). Un viaggio straordinario tra scienza, filosofia, gioco e poesia con per guida Marco Palasciano («autentico genio delle parole e del pensiero», nella definizione del filosofo Franco Cuomo), che alterna le sue lezioni tra le sale di due dei piú prestigiosi palazzi di Capua.

Alle ore 21.30 di domenica 11 dicembre, a Palazzo Lanza (corso Gran Priorato di Malta 25) la puntata n. 11, intitolata “Alla base di tutto non c’è il Nulla ma il Tutto. Dall’estasi razionale alla religione giocattolo”, riprenderà molte questioni lasciate volutamente in sospeso nelle puntate precedenti. Per esempio nella settima si era accennato al «superamento, non la banale esorcizzazione, del timore della morte», e a come l’emblema di tale superamento sia il «trionfo dell’istante sull’eternità»; si intreccerà ora quest’immagine con la teoria di Barbour sull’inesistenza del tempo, e simili interpretazioni del mondo come sovrapposizione di aspetti reali e illusorii. Tutti i fili del discorso convergeranno sull’intavolatura della «migliore religione possibile», frutto del connubio di logica e fantasia (con tutta un’impressionante mitologia in nuce: i demiurghi, i caògeni, i dormienti…), per poi rimettere in discussione pure questo con un’ultima mossa. Ma a prescindere dai maxi-sistemi in gioco sulla scacchiera, la lezione toccherà anche ipotesi extravaganti come la metempsicosi a zig zag (a crederci non schiaccereste piú una zanzara) e altre piú elevabili ad assioma, come la preesistenza dell’eros e dei colori ai corpi e alla luce.

Il successivo e ultimo appuntamento, “La finestra sul paradiso: il mondo tra diecimila anni”, è per il 19 dicembre a Palazzo Fazio (via Seminario 10). Il nostro giro della Weltanschauung palascianiana, delle cui scorse tappe si può leggere il resoconto in http://palasciania.splinder.com, si concluderà cosí con un compendio di storia del futuro.

6 dicembre 2011

Shakespeare approda nell'ingrata Capua

S'è tenuta a Palazzo Fazio lunedì 5 dicembre con la collaborazione di nove spettatori improvvisatisi attori, lunga circa tre ore, la puntata Il mirino di Amleto. Te lo do io il laboratorio teatrale (e filosofico), n. 10 del seminario di Marco Palasciano De natura mundi. L'interpretazione del mondo in ottanta giorni. (Cliccate qui per qualche immagine in più del servizio fotografico di Carolina Pragliola.) Più d'uno di quei nove, ora, caldeggia che la nostra Accademia istituisca un laboratorio teatrale (e filosofico) permanente; «sarebbe un sogno»; vedremo, vedremo se farne realtà...

Spiace, intanto, constatare come benché la città di Capua usi tuttora sbandierare lo status di «città d'arte e di studi», la più parte degli spettatori dell'artisticissimo e studiatissimo De natura mundi debba venire da altre città (Napoli, Acerra, Sant'Antimo, Sant'Arpino, Caserta, Santa Maria Capua Vetere, Calvi Risorta, Sparanise, Teano, Cassino...); e che i nostri concittadini, anziché compiacersi d'aver vicino casa una delle massime fucine dell'ingegno italico, e correre lieti e grati ad abbeverarsi a tanta fonte, se ne astengano, tranne un signore e mezzo; ma il peggio è che, al contempo, regalano il pienone a eventi indegni, cui si recano in massa; ecco: Capua, infine, è una «città di cultura di massa».

Torniamo al resoconto di Il mirino di Amleto. Nella parte introduttiva si è trattato della bravura nel tiro con le armi da fuoco del re di Danimarca, vilmente ucciso nel sonno; del mirino della sua pistola, scrutando nel quale il figlio Amleto fantastica sulla vendetta, puntandolo da lontano sull'usurpatore Claudio; di come l'esitazione del principe sia causa dell'accumularsi di tragedie su tragedie; della sua tentazione di sparare non all'usurpatore, ma a sé stesso, questo essendo un più facile finale; della coevità del «To be or not to be» shakespeariano e del «Cogito ergo sum» di Cartesio, e di come per quest'ultimo la certezza di base è che almeno la coscienza esista, mentre per Amleto sorge il dubbio se sia più nobile restare coscienti o annullare la propria coscienza; della tesi che il mondo sia un sogno del soggetto, e che le altre coscienze non esistano; della dimostrazione che, seppure la pluralità delle coscienze sia indimostrabile, essa non è impossibile, poiché il suo grado di "miracolosità" è uguale a quello dell'esistenza della coscienza del soggetto; di quanto sia meraviglioso che gli esseri viventi esistano, e di quanto lo sia di già la pura esistenza dell'essere, e di quanto poco si sia usi considerarne la meravigliosità; della nascita della filosofia dalla meraviglia; di ciò che una persona avrebbe potuto essere e non è stata, e di ciò che avrebbe potuto non essere ed è.

Palasciano a questo punto ha recitato la poesia di Evtušenko Vorrei nascere in tutti i paesi per poi proseguire trattando di come, a meno che esista la metempsicosi, si viva una volta sola, e di come della propria morte sia peggio quella di chi amiamo; della consolazione che a ciò può dare la filosofia e nello specifico, per esempio, di come le qualità spirituali della persona amata vivano anche in altre persone, e le differenze fisiche non siano che una maschera, e dietro la molteplicità degli uomini si celi l'essenza dell'uomo, ecc., il che peraltro rende possibile l'amore universale; di come più immediata della consolatio philosophiæ possa essere la consolatio artis; di come il narrare storie aiuti chi le ascolta, nota Esiodo, a dimenticare momentaneamente i propri dolori; della fabulofilia alla base di letteratura, teatro e cinema; di come la vita sia già teatro, e il teatro sia dunque sempre teatro nel teatro; di come mito, poesia, teatro ecc. diano ordine e sintesi alla vita; dell'aletheia come fine dell'arte; dell'evoluzione della storia di Amleto secondo Il mulino di Amleto di Santillana e Dechend, dalla più antica leggenda alla versione di Saxo Grammaticus e all'Amleto di Shakespeare; di Un Amleto di ritagli e di pezze (1998) di Palasciano, dove Amleto si suicida per non far suicidare Ofelia, ma infine il suicidio era puramente simbolico e Amleto espatria per una vita nova; del pastiche palascianesco Il cannocchiale di Coppelius (1999), dove si fondono Hoffmann e la Tempesta shakespeariana; di come il mirino di Amleto potrebbe in realtà essere stato costruito da Coppelius, e delle conseguenze di tale eventualità, la cui idea getta sulla storia una luce pirandelliana; di come la pratica teatrale sia utile a scrostare da noi ciò che non siamo; della nostra identità come individui e, nel contempo, appartenenti all'olos umano e animale; di come negli animali inferiori l'anima sia puro strumento del corpo, e in quelli superiori possa avvenire il contrario; della sacralità insita nel teatro e in quelle altre pratiche che, fin dai primordi della civiltà, fanno del corpo la cassa di risonanza delle vibrazioni dell'anima: gioco, lotta, danza, canto ecc.

Si è quindi passati agli esercizi. Per cominciare, si è cercato di esprimere varie gamme di sentimenti, solo per mezzo di mimica facciale e versi non verbali: affetto positivo (dalla simpatia quieta alla lussuria bestiale), disgusto (dalla disapprovazione al vomito), paura (dal sospetto al terrore urlante), ilarità (dal sorrisetto al riso sguaiato), affetto negativo (dall'indifferenza alla furia omicida), tristezza (dalla malinconia al dolore disperato), demenza (dall'apatia alla follia furiosa). Quindi, esercizi d'azione mimica: Gli orsi allo zoo, sulla curiosità (dallo scrutìo guardingo all'annusata); e L'oscuro oggetto, sulla repulsione e sul desiderio. Quindi, esercizi di puro dialogo: Botta e risposta in rima, tra due seduti l'uno fronte all'altro; e Controversia filosofico-morale tra i personaggi di due professori, uno cattolico fondamentalista e l'altro no, sulla liceità o meno dell'uso dei preservativi nella prevenzione dei contagi virali ecc., davanti al pubblico d'un convegno. Quindi, esercizi d'azione con dialoghi: Scenografie sonore (ispirarsi alla musica per i mutamenti del sogno in cui ci si figura di trovarsi), Psicodramma (recitar l'uno la parte dell'altro) e Scene in contemporanea (qui un gruppo, lì un altro, in competizione per attrarre a sé il pubblico che deambula per l'ambulacro).

Dopo l'intervallo, per tutto il resto della serata ci si è dedicati a improvvisare una riduzione dell'Amleto di Shakespeare, in una dozzina di scene, con facoltà per ciascun attore d'interpretare diverse parti, e per ciascuna parte d'essere interpretata da diversi attori. Scene: (1) Orazio e le guardie avvistano lo spettro; (2) si festeggiano le nozze, Amleto monologa, Orazio sopraggiunge e lo informa delle apparizioni; (3) incontro tra Amleto e lo spettro, in stile Don Giovanni di Mozart; (4) visita silenziosa di Amleto, stravolto, a Ofelia che cuce; (5) Polonio espone la sua teoria sulla pazzia del principe a re e regina, che quindi incaricano Rosencrantz e Guildenstern di raccogliere informazioni; (6) dialogo di Rosencrantz e Guildenstern con Amleto, arrivo degli attori girovaghi, recita del brano su Ecuba, monologo di Amleto; (7) pantomima dell'Assassinio di Gonzago, interrotta dal re sconvolto; (8) il re è in preghiera, Amleto prende la mira per sparargli ma ci ripensa; (9) nella stanza della regina lei attende Amleto, Polonio si nasconde dietro un paravento, Amleto aggredisce la regina, Polonio grida aiuto, Amleto gli spara credendolo il re, quindi svela alla regina che il di lei primo marito fu ucciso dal secondo; (10) Ofelia pazza; (11) funerali di Ofelia, con Laerte che litiga col prete quindi si getta nella fossa, seguìto da Amleto ricomparso all'improvviso; (12) duello di Amleto e Laerte, uccisione del re con vari colpi di pistola e morte degli altri per veleno, salvo Orazio, che fa l'epilogo.

A lezione conclusa, essendo l'82° anniversario della nascita del padre di Marco, Ferdinando Palasciano (1929-1995), i partecipanti al laboratorio hanno ricevuto in dono (capendo finalmente il senso di tutto quel girare intorno alle armi da fuoco, fin dal titolo della lezione) una copia ciascuno del suo unico libro edito in vita: Il manuale del tiratore di pistola.


La lezione n. 11, Alla base di tutto non c'è il Nulla ma il Tutto. Dall'estasi razionale alla religione giocattolo, si terrà domenica 11 dicembre alle ore 21.30 a Palazzo Lanza (Capua, corso Gran Priorato di Malta 25). Come sempre, gratis.